Il giorno in cui sono più presente
- Il Ricordo di Sé
- 12 feb
- Tempo di lettura: 3 min

Inizia un’altra giornata. Se io volessi rendere questa giornata la più ricca di presenza della mia vita, cosa dovrei fare?
Intanto, ci sono alcuni elementi esterni su cui potrei agire.
Posso per esempio leggere una poesia, invece di iniziare la giornata passando in rassegna qualsiasi cosa esca dallo schermo del telefono.
Posso prepararmi la colazione con particolare attenzione, come se volessi regalare un atto d’amore a un’amante appena conosciuta: la tazza più preziosa, cibo preparato e disposto con amore, un fiore vicino al piatto.
Mentre la preparo, questa colazione, posso sentire che ‘Io sono qui’, non pensare ad altro se non a quello che sto facendo.
Posso vestirmi con una cura insolita: dopotutto, oggi è un giorno speciale.
Se ho verificato quanto le impressioni influenzino il mio stato, farò in modo di circondarmi di bellezza quanto più possibile. Posso andare per una volta a piedi al lavoro, attraversando il parco. Accanto al computer ho piazzato una piccola statuetta, un Bodhisattva nel gesto di placare la paura, di tanto in tanto stacco gli occhi dallo schermo e mi soffermo su quella. Stasera, dopo il lavoro, posso trascorrere una mezz’ora in quel museo dove ho abbonamento gratuito; oppure andare a quel concerto nella chiesa del mio quartiere; o, perché no, entrambi.
Poi ci sono altri elementi cosiddetti interni, cioè legati alla mia propria macchina (ma sono esterni anche questi). Legati, in realtà, alla risposta della mia macchina agli stimoli.
Posso darmi l’esercizio di creare uno spazio tra ogni stimolo che ricevo e la mia risposta.
Quando entro in ufficio, la collega come al solito mi accoglie con una battuta. Oggi, invece di rispondere immediatamente con un’altra battuta, attendo, conto fino a cinque. Poi faccio uscire qualcosa di diverso, più autentico, magari un complimento, dato che ha degli occhi molto belli e non gliel’ho mai detto.
Il cliente antipatico mi chiama, protesta. Prima di reagire, ricreo questo spazio in me e quando parlo, riesco a dire ciò che deve essere detto, non ciò che costituirebbe uno sfogo e una rivalsa.
Qualcuno a me caro mi chiama al telefono, mentre sono nel mezzo di una cosa importante. “Come sempre mi chiama quando sono al lavoro, maledizione. Ma non capisce che non ho tempo per queste cose?” Questo è il primo io che viene evocato in me. Cerco di creare spazio, respiro. “Ma certo che lo sa. Gliel’ho detto tante volte, non può non saperlo. Quasi sempre quando mi chiama in ufficio rispondo nervosamente, di fretta, non ascolto, la mando a quel paese. Eppure continua a richiamare. Perché? A quale bisogno corrisponde questa chiamata?” Scelgo di dedicare tre minuti ad ascoltare veramente questa persona; il lavoro può aspettare questa piccolissima pausa.
Il sistema operativo del mio computer è cambiato. Ora le lettere accentate si devono digitare in un altro modo. Ogni è, ò, ù, mi esce sbagliata, dal momento che, con il fante del centro motorio, continuo a digitare alla vecchia maniera. Osservo la piccola irritazione che si crea ad ogni errore, il minuscolo risentimento perché sono costretto a ritornare sulla riga di testo e correggere, e decido che posso fare di questi errori il mio piccolo esercizio di sofferenza volontaria; utilizzarli come fattore di ricordo, renderli un momento in cui Io sono qui.
Ascolto lo stato della mia macchina. La vedo piena di piccole irritazioni. È insoddisfatta della realtà. Crede che se le cose fossero diverse da come sono, starebbe meglio.
“È questo che mi tiene addormentato”, penso. “Non sono soddisfatto.” “E perché?” Perché va tutto male.”
“Sei sicuro?” Continuo a osservare lo stato della mia mente mentre mi pongo questa domanda. E, no, non sono affatto sicuro. Penso a quei momenti in cui mi è stato dato quello che volevo: entusiasta per un’ora, poi deluso di nuovo. Proprio come da bambino a Natale.
L’insoddisfazione sembra essere lo stato naturale della mia macchina, quello in cui torna sempre a stabilirsi, come un oggetto pesante che si depositi nel fondo di una vasca. Questo stato è indipendente dagli avvenimenti esterni. La struttura ricorrente della mia condizione emozionale è: entusiasta per un minuto, insoddisfatto per un’ora.
Riconosco che, come sempre, nella mia vita accadono tanti eventi desiderabili quanti indesiderabili. Sono io che scelgo su quali riposare lo sguardo, che scelgo lo spiacevole. Qualcosa in me ama l’insoddisfazione, dato che in questa si sente reale.
Comprendo che, per essere presente, devo essere felice. E per essere felice, niente di esterno è necessario che accada. È sufficiente che io smetta di boicottare la mia felicità.
Del resto, ho delle buone ragioni per essere felice; dopotutto, oggi è il giorno della mia vita in cui sono più presente, bisogna festeggiare.




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