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Umiltà

  • Immagine del redattore: Il Ricordo di Sé
    Il Ricordo di Sé
  • 12 feb
  • Tempo di lettura: 3 min

Un antico racconto ebraico recita: un uomo dovrebbe sempre avere con sé due biglietti di carta, con delle massime, nelle tasche dei suoi pantaloni. In certe occasioni avrà bisogno di quello riposto nella tasca destra: l'uomo è fatto a immagine e somiglianza di Dio. In altre situazioni sarà invece necessario leggere il biglietto della tasca sinistra: polvere sei e polvere ritornerai.


Lessi questo piccolo aneddoto ai tempi dell'università e da allora non l'ho più dimenticato. Tuttavia è da quando sono nella Scuola che ne ho avuto una comprensione emozionale, e quindi più profonda. Ricordo quel che diceva Gurdjieff: un uomo che abbia imparato a sviluppare dentro di sé la capacità di discernere possiede qualcosa di più prezioso di tutti i libri del mondo. D'altro canto, come studentessa, ho cercato di studiare e riconoscere una delle caratteristiche più diffuse e insidiose della vita interiore: la vanità, che se non è la prima è la seconda caratteristica, come dice il maestro (per una maggiore comprensione è possibile cercare il significato specifico, digitando caratteristica nella lente d'ingrandimento).


In un mondo, quello della vita ordinaria, che reputa normale e legittima la vanità, e spesso persino un pregio, essere consapevoli dei limiti che essa pone allo scopo (il ricordo di sé) non è scontato. Esige uno sforzo davanti al quale, senza il supporto continuo di chi sa più di noi, si cade senza colpo ferire. Esige la rinuncia al proprio ritratto immaginario; l'umiliazione davanti a sé stessi, magari anche davanti a un altro, e che in questo confronto non si cerchi una via di fuga, una consolazione o un giustificativo, che altrimenti lo sforzo sarebbe vano.


Scovare il sapore della vanità non è facile, si presenta intrecciato a molte altre cose, e la macchina fa di tutto per non vederlo. Ma in questo lavoro, procedendo come Pollicino e raccogliendo briciole di consapevolezza che qualcuno più in alto al momento giusto ci ha lasciato, bisogna fermarsi e sentirne l'amarezza, se non si vuole continuare a mentire, almeno su una cosa, una cosa soltanto. Ho avuto questa esperienza non molto tempo fa. Ero convinta di aver compreso qualcosa, di essere più intelligente, furba, veloce e soprattutto di non avere bisogno di aiuto. Si trattava di vita ordinaria, ma in realtà per me è stato un simbolo per ogni altra situazione, anche perché ad un certo punto non c'è più separazione tra le due vite, dentro e fuori dalla Scuola.


Quella presunzione passava sottotraccia, era pacata, gentile, non urlava, avrei potuto chiedere un parere esterno e probabilmente avrei trovato delle conferme, eppure sentivo una nota stonata e ho scelto di fermarmi ad ascoltare meglio la strana sinfonia degli io. Da lì fulminea si è aperta una porta dentro di me, come se l'orizzonte si fosse allargato, e ho finalmente visto nel passato alcune situazioni analoghe. Ho compreso cos'era: mancanza di Umiltà. Vanità. Soltanto piegandomi, facendomi piccola, diventando polvere, sono venuta fuori da quella situazione. E meno male: perché alla fine avevo torto, e la vera intelligenza è stata ammettere di non sapere, come diceva il buon Socrate.


Vedere la vanità in sé stessi è un piccolo grande shock. Solo questo shock però mi ha dato un interiore consenso a leggere l'altro biglietto; dentro di me c'è qualcosa di grande, immortale, e c'è anche qualcosa che lavora per portarlo alla luce, come un minatore che cerchi incessantemente di liberare un diamante dall'oscura polvere della caverna, o come Glauco Marino, un essere le cui sembianze nel mito di Platone sono talmente ricoperte da una fitta coltre di alghe e detriti da renderlo irriconoscibile, e che cerca di scuotere via quelle impurità per ritrovarsi.


Essere presente alla propria vanità significa anche ricordare che io non sono quello: io sono ciò che osserva.


"Se cominci ad andare, ti si aprirà innanzi la Via;

Se ti fai nulla, sarai trasformato in essere puro;

Se ti fai basso e abietto, non entrerai più nel cosmo

E allora, fuori di te, sarai mostrato a te stesso!"


Rumi

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