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  • Immagine del redattoreIl Ricordo di Sé

Il condominio e il monastero


Da ormai due settimane mi sto accostando al mondo indiano, alle nuove impressioni e persone e negozi e strade, incluso il condominio dove - unico occidentale - mi trovo ad abitare.


Stamattina ho portato fuori la spazzatura (qui, ‘portare fuori la spazzatura’ significa lasciarla davanti alla porta d’ingresso. Una donna passa a raccoglierla, apre i sacchetti e divide pazientemente il contenuto, ciò che è rifiuto per me può essere fonte di sostentamento per lei, che ne rivende i vari materiali: carta, metalli, plastica, organico.


Queste donne sono davanti a ogni negozio o officina, in attesa di preziosi oggetti rotti o scatoloni. Ogni cosa qui, dallo scarsissimo utilizzo dell’usa e getta, all’atteggiamento verso l’acqua, gli utensili, l’acquisto di cibo, mi ricordano quanto in occidente siamo irrimediabilmente scialacquatori).


Nel pianerottolo incontro una signora sconosciuta.

“Namaste.”


“Namaste.”


“English?” Mi chiede, e io annuisco. Poi però prosegue in Hindi, evidentemente non lo parla. Dalla sua frase, che ripete tre o quattro volte, capisco solo due parole, pronunciate in inglese: ‘mutton’ e ‘chicken’. Montone e pollo.


Vuole sapere cosa mangio. Da spiegazioni che mi sono state date in precedenza, capisco perché me lo chiede. Il condominio è prevalentemente abitato da persone di religione jainista, vegetariane, che non mangiano nemmeno aglio, cipolla o verdure che crescono sotto il livello del suolo.


Scuoto la testa negativamente. “Vegetarian”, faccio. (E, da quando sono qui, effettivamente lo sono).


“Vegetarian”, ripete lei, dubbiosa. E prende l’ascensore.

Quali atteggiamenti si addicono in un caso come questo a uno studente di Quarta Via?


Da occidentale, che ha sempre mangiato di tutto, sostenitore della libertà personale, vengo immediatamente investito da un ‘io’ che, con una certa veemenza, dice: “Questa donna è pazza. Cosa le importa cosa mangio, all’interno delle mie mura domestiche e senza danneggiare nessuno?”


Quest’io rappresenta la più comune forma di sonno che colpisce tutti: l’incapacità di vedere oltre il proprio punto di vista soggettivo.

L’atteggiamento di uno studente di quarta via - o di un uomo conscio - si chiama ‘considerazione esterna’., l'essere attenti all'altro. Per usare le parole di Gurdjieff: “La considerazione esteriore richiede una conoscenza degli altri, una comprensione dei loro gusti, delle loro abitudini e dei loro pregiudizi. Al tempo stesso, la considerazione esteriore richiede un grande potere su di sé, una grande padronanza di sé.”


Mi è stato spiegato che mangiare carne, per una persona di quella religione, significa profanare un luogo. Posso immaginare cosa proverebbe quella donna se dalla finestra della mia cucina uscisse un’odore d’arrosto. Sarebbe forse come se qualcuno tentasse di convincermi che, con le giuste spezie, la carne umana può essere molto appetitosa. Semplicemente impossibile da accettare.


Come dice Gurdjeff, quella donna, che mi ha chiesto se mangio carne senza nemmeno voler sapere il mio nome, è vittima ‘delle sue abitudini e pregiudizi.’ È stata abituata così fin da piccola, questi sono i suoi valori, e non sarò certo io a modificarli, quale che sia il mio atteggiamento. È una ‘macchina’.


Ma io? Se difendessi le mie abitudini e i miei pregiudizi, sarei forse diverso? Anch’io mangio quello che mangio perché così mi hanno allevato fin da piccolo (e ho una certa idea di libertà personale perché sono stato influenzato in questo modo). Sì, questa donna è pazza; e io, l’uomo che le sta di fronte, lo sono altrettanto. (E poi, chissà che in futuro non veda del buono anche in queste folli abitudini indiane).


Se risalgo a come sia giunto io a pensare quello che penso, non posso che incontrare un percorso meccanico - quello che il mio maestro chiama ‘dominio femminile’, l’interiorizzazione di comandi ricevuti nell’infanzia, fino a convincermi di essere ‘bravo’, ‘corretto’, ‘a posto’ solo quando mi adeguo a questi ordini ormai dimenticati e seppelliti nell’inconscio.


Supponiamo che io domani abbia bisogno di questa donna - diciamo, devo chiederle l’indirizzo di un certo negozio. Cosa ottengo nell’oppormi alla sua richiesta? (Confesso che un ‘io’ di sarcasmo mi spingeva a chiederle: “E lei, che posizione preferisce a letto con suo marito?”, tanto mi sembrava assurdo il suo punto di vista e importuna la sua domanda). Ma, per avere il suo aiuto, certamente mi conviene trattarla bene.


Ma per trattarla bene, devo prendere poco sul serio sia le sue opinioni, che le mie. Devo recitare. Giocare. Come se qualcuno dicesse: le regole del gioco di oggi è che tu sei vegetariano e gentile con tutti. Posso farlo soltanto se non sono identificato con le mie opinioni.


“Ma questo è mentire”, dirà un ‘io’. E questo io da dove viene? Dall’identificazione con le mie opinioni, appunto. Dal ritenerle tanto importanti che non si devono tradire. Dal non comprendere la loro origine assolutamente meccanica che le rende tutte prive di valore. Dal non vedere cosa in me è ‘macchina’ e cosa invece sono davvero io.


Rientrato in casa, aprendo il telefono, mi imbatto in un proverbio russo: В чужо́й монасты́рь со свои́м уста́вом не хо́дят. Non andare al monastero di qualcun altro con il tuo regolamento.

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