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  • Immagine del redattoreIl Ricordo di Sé

Note sul processo creativo

Oggi vorrei parlare di un argomento che rischia di interessare pochi, ma che in realtà è connesso con il cuore del lavoro spirituale.

Come alcuni sapranno, ho scritto ad esempio un libro di favole. Perché? E, soprattutto, come? Seguendo quale procedimento?

Se dobbiamo inserire presenza in tutti gli aspetti della nostra vita, questo significa che il processo creativo, ad esempio di scrivere - ma anche di comporre un brano musicale, un dipinto, una poesia - Deve diventare completamente conscio? Conscio nel senso di appartenente alla sfera delle cose di cui siamo razionalmente consapevoli?

La mia comprensione è: no. Potrei definire il processo artistico come ‘il matrimonio tra conscio e inconscio’, se proprio devo esprimermi in questi termini soggettivi. (Ne abbiamo già scritto: nella vita chiamiamo conscio ciò che è così lento da poter essere afferrato da quella tartaruga che è il centro intellettuale, mentre chiamiamo ‘intuizione’, ‘istinto’, tutto ciò che è più veloce, conscio o inconscio, alto o basso, poiché proviene da altri centri e non è afferrabile razionalmente. Insomma, spesso confondiamo la consapevolezza con la funzione intellettuale, cosa ben lontana dall'essere vera.

Ho pensato spesso a come la cosa accade.

Comincia da un’immagine, una scena, un’istantanea. Che so: un uomo è prigioniero, incatenato in una caverna. C’è acqua e cibo davanti a lui, ma non mangia. Non piange, pensa.

Da dove è venuta questa immagine? Dalle profondità dell’inconscio, da una parte di me a cui non ho accesso razionale. Da una parte che mi è sconosciuta, molto simile alle immagini e alle sequenze in movimento che mi accadono in sogno. Non quindi dal centro intellettuale. Molto probabilmente da quello istintivo, e ancora di più dal velocissimo centro emozionale. Tirandola fuori da quel cassetto buio, mi viene presentata, arrivo a conoscerla. Proviene da me, ma in qualche modo non la comprendo.

Diciamo, banalizzando per facilità di esempio, che viene da un conflitto irrisolto del centro emozionale. Poiché è un conflitto emozionale, lo vivo come importante, sento l’urgenza di liberarmene scrivendone. (Ricordate questo termine, liberarmene).

A quel punto è utile mettere in campo altre parti della macchina. Una sorta di investigatore, che tratta l’immagine come se fosse reale, e si domanda come mai questa persona è incatenata, dove si trova quella caverna, chi mai la può aver resa prigioniera. Perché 'io' proprio non lo so.

Se stessimo raccontando una favola inventata sul momento a un bambino, queste sarebbero le sue domande. L’investigatore è dunque il bambino in me.

Dalla risposta - improvvisata, che di nuovo proviene da parti che non mi sono accessibili, e tuttavia diverse da quella prima parte che aveva creato l’immagine originaria - scaturisce l’intelaiatura di una storia.

Chi l’ha imprigionato? Due giganti, un gigante maschio e un gigante femmina. Dove si trova la caverna? Nel centro dell’universo Induista, il mitico monte Meru. Perché non mangia? Perché il cibo è avvelenato.

Ciò che ho fatto è mettere insieme tre parti di me che solitamente non sono a contatto: quella che sentiva il bisogno si esprimere la prima immagine, quella che si domanda come mai, quella che scopre (non inventa) le cause di questi effetti, quella che infine mette carne e sangue a questa ossatura riempiendo la storia di dettagli quando effettivamente ne scrivo. Il gigante maschio è ottuso e lento nel pensiero, il gigante femmina è una donna mostruosa e bestiale e tuttavia sensuale…

Ho in qualche modo armonizzato il mio essere. Presentato certe parti di me ad altre parti di me.

Perché la storia sia ‘arte’, sono necessari due elementi:

- Che l’immagine originaria provenga da un luogo molto profondo in me (che coinvolga il Re di Cuori, per chi conosce la terminologia che riguarda i centri).

- Che io possieda un’abilità formata in anni di disciplina e apprendimento delle tecniche del narrare.

In questo modo si attua il processo di Rigenerazione, dove le tre forze della triade sono organizzate in questo modo:

La FORMA (la mia disciplina narrativa, la forma letteraria che ho scelto e sono capace di controllare) agisce come forza attiva.

La MATERIA (il magma inconscio che non ‘conosco’ intellettualmente e tuttavia mi agita e costituisce buona parte delle mie motivazioni) è la forza contraria, il malessere; e anche il terreno ricettivo della mia opera narrativa: il materiale di cui parlo.

La VITA è la terza forza, la risultante. Il processo creativo crea: il risultato è una storia che ci prende perché è convincente: ci risuona come ‘vera’ anche se parla di miti, di alieni, di tirannosauri giganti. È vera emozionalmente.

Questo processo FORMA - MATERIA - VITA si chiama processo di Rigenerazione. Attraverso questa azione non solo metto insieme diverse parti di me, ma utilizzo quelle più basse come nutrimento per quelle più alte. Il risultato è più alto dello stadio iniziale.

Il processo di Rigenerazione è comune al lavoro artistico e al lavoro spirituale. Si tratta della stessa triade. Per questo, sia nell’arte che nel lavoro spirituale, è fondamentale che non si stabilisca un percorso preordinato. Una parte di noi deve agire ‘alla cieca’, mentre un’altra parte la accompagna, senza tuttavia dettare o imporre. La stessa cosa avviene tra maestro e studente in una scuola.

Se la capacità formale dell’artista viene a mancare, o se l’impulso originario non è abbastanza profondo (entrambi i casi sono la normalità nell’arte contemporanea) il processo di Rigenerazione non può attuarsi.

Rimarrà l’impulso creativo, la tendenza naturale umana a raccontare storie. Ma in una triade diversa:

VITA (l’impulso a tirare fuori da noi qualcosa che ci irrita o ci addolora) - forza attiva

MATERIA (il materiale inconscio in noi) - forza passiva

FORMA - la risultante, l’opera d’arte.

In questo caso la risultante, l’opera artistica, è inferiore al livello dell’impulso iniziale. Non siamo riusciti a esprimere che una parte di ciò che si agitava in noi. Quando riceviamo l’opera d’arte, manca qualcosa. Non ci convince. La percepiamo come troppo imitativa, o poco profonda, poco convincente.

Questo secondo processo si chiama Eliminazione, ed è lo stesso di quando andiamo in bagno, oppure sudiamo, oppure piangiamo per liberarci (ecco che torna il termine) di una tensione, di un dolore.

Il risultato di questo tipo di arte è, con rispetto parlando, un escremento.

Riporto qui un bellissimo passaggio di Rilke che cercava di spiegare il senso delle Elegie Duinesi a un potenziale editore, che non le comprendeva ed era perplesso:

“La natura, le cose a cui ci associamo e usiamo, sono cose fragili e temporanee; tuttavia finché siamo qui, esse costituiscono ciò che possediamo e sono nostre amiche, che condividono i nostri limiti e le nostre gioie. Quindi è questione di non considerare nulla di terreno con sfavore o screditarlo.

È nostro dovere imprimere in noi questa terra fragile e impermanente in modo così appassionato che la sua essenza risorga invisibilmente in noi.”

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