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  • Immagine del redattoreIl Ricordo di Sé

Accettare e respingere

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Recentemente è capitato di parlare con un amico di accettazione e 'respingenti' (per chi non è familiare con questo concetto consiglio di inserirlo nel campo di ricerca e vedere qualche post passato sul soggetto).

Condivido alcune riflessioni.

Per la mia comprensione l'accettazione è sia uno stato di coscienza che un atteggiamento.

È uno stato perché è quando ci troviamo presenti, con il nostro senso di identità più separato dalle funzioni, che ci vediamo per quello che siamo, in relazione ai nostri io e agli eventi esterni. La presenza richiama se stessa, non vuole fuggire dal momento, si prende quello che c'è.

Quando la coscienza è più mischiata con le funzioni l'accettazione diventa un atteggiamento, un percorso, un lavoro, che si basa su uno scopo che è sorretto da un maggiordomo, nei suoi vari gradi di sviluppo.

In questa fase, poiché la 'macchina' è più coinvolta nel processo, ci può essere la tendenza ad 'accettare' secondo le proprie meccanicità, in special modo secondo la 'caratteristica principale' (che definisce l'atteggiamento della 'personalità' verso noi stessi e il mondo). In generale per le caratteristiche passive l'accettazione è qualcosa che si subisce, una forma di rassegnazione. Quelle attive accetteranno di dover risolvere la situazione.

Entrambi gli atteggiamenti sono respingenti, poiché ci nascondono la realtà, ci impediscono di prenderla per quella che è, tenendoci nell'immaginazione.

La linea di confine è sottile, e in genere il dire 'Non poteva andare che così...' può essere un respingente che mi impedisce di vedere e di fare uno sforzo, o un atteggiamento basato sulla verifica che non sono poi così importante nel raggio di creazione, e che probabilmente le forze superiori hanno disegnato quella situazione per la mia evoluzione.

I respingenti tendono a mantenere il centro su noi stessi, più che sugli altri e la realtà. Infatti l'accettazione non è un processo di chiusura, ma di apertura. È un processo attivo che richiede l'accettare le nostre responsabilità nel momento. Che a volte richiederanno un'azione, altre volte un trattenersi dall'agire.

Si comincia accettando se stessi, le proprie reazioni e i propri io, per accettare poi la situazione stessa nei suoi propri termini. È un lavoro di scrematura dell'immaginazione di come le cose dovrebbero essere secondo il nostro piccolo punto di vista. Quello che rimane è sofferenza preziosa da trasformare in presenza. La verifica delle leggi fondamentali e del nostro ruolo nell'universo ci vengono in aiuto.

"Le preghiere vengono da noi. L'accettazione viene da Dio".

Rumi

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