Ancora sulla trasformazione della sofferenza
- Il Ricordo di Sé
- 12 feb
- Tempo di lettura: 5 min

Continuo il discorso iniziato la settimana scorsa, dove abbiamo detto che il fuoco - la sofferenza - ci purifica. La sofferenza, quando non ci ribelliamo ad essa, crea un ‘punto di fusione’ dove ci è possibile modificare qualcosa di profondo nel nostro essere.
Solitamente, siamo in grado di lasciar andare qualcosa a cui fino a quel momento eravamo attaccati.
Il risultato è una ‘pulizia’ interiore. Molte delle cose che crediamo di essere, cadono.
Ho descritto in forma narrativa questo processo, nel racconto “Io’, presente sia nella raccolta: "Favole e storie ancor più inverosimili”, che nel libro “Una Mappa per il Risveglio”, dove alterno capitoli di spiegazione ad altri più narrativi. Ve lo ripropongo qui.
Io
C’era una volta Roberta, che fin da bambina aveva in dote un’innata eleganza. Le sorelle si divertivano a farle indossare certi abiti che su di loro sembravano stracci, ed ecco che addosso a lei diventavano di gran classe. Non glielo aveva insegnato nessuno: ma qualcosa nella sua pelle, nei suoi movimenti, nella voce calda e pacata emanava raffinatezza e la trasferiva ai vestiti, agli oggetti, ai discorsi.
Questo io sono, si diceva Roberta da bambina, ripetendo quello che genitori, insegnanti e amici le dicevano ogni giorno. Sono una bambina che ha stile, sono nata così. Finché un giorno un automobilista ubriaco non entrò a tutta velocità nel cortile dove lei giocava e la prese in pieno. Dopo mesi all’ospedale si ritrovò con un’anca irrimediabilmente compromessa. Zoppicava e, da quel giorno, benché la sua raffinatezza non fosse venuta meno, nessuno pensò più a lei come alla bambina più elegante del quartiere.
Roberta crebbe e si innamorò di un uomo molto profondo, uno scrittore di successo che riusciva a vederla per la donna intelligente e raffinata che era, al di là del suo difetto fisico. Avevano molti interessi in comune, lei e lo scrittore, e passavano tanto tempo assieme, andando a concerti, convegni culturali, e immersioni nella natura. Roberta divenne l’assistente dello scrittore. Scriveva sotto dettatura, correggeva bozze, dava consigli di editing, parlava con gli editori. Di tanto in tanto il marito le chiedeva se questo ruolo subordinato non le stesse stretto, se non desiderasse piuttosto una carriera sua, in un altro campo. No, io sono questo, rispondeva Roberta. Sono la tua compagna, il complemento perfetto per il tuo talento, e la tua carriera è la mia gioia. Lo scrittore ebbe sempre più successo, i suoi libri vennero tradotti in diciassette lingue, e veniva invitato di continuo alla televisione. Al termine di una di queste comparse televisive finì a letto con la giovane e bella intervistatrice. Dopo qualche tempo chiese il divorzio e andò a vivere con la giornalista in un paese lontano.
Roberta aveva avuto un figlio con lo scrittore, che era bello come il sole e aveva ereditato la sua straordinaria raffinatezza. Mi resta mio figlio, pensava. Questa sono io, sono una confidente e un’amica. Sono nata per aiutare e confortare. Non ho più marito, ma sono la madre del bambino più bello della città. A lui mi dedicherò e lo farò felice e di successo.
Il bambino bello crebbe e raggiunse l’età in cui si va a scuola. Quando fu il momento di scegliere l’università, disse alla mamma che intendeva trasferirsi all’estero e stare con il padre, che avrebbe potuto pagare per una facoltà prestigiosa e dargli il futuro che desiderava. A Roberta si spezzò il cuore, ma ora aveva più tempo libero e proprio in quel periodo giunse un’offerta di lavoro da una società di pubbliche relazioni, che era ciò per cui aveva studiato. Accettò la posizione e nel giro di tre anni divenne il capo del suo dipartimento, poiché era molto intelligente e determinata: aveva imparato molto sugli uomini e nessuno poteva tenerle testa. Questo sono io, disse durante un’infuocata riunione. Sono la persona più capace che avete e sarà bene che tutti seguano la mia visione. E tra sé pensava: quanto ci si può ingannare! Per tutta la vita ho creduto che la mia vocazione fosse assistere e invece sono nata per comandare.
Nonostante non fosse più una ragazzina, Roberta era desiderata da molti uomini per la sua intelligenza, per il suo potere e, malgrado il difetto all’anca, per il corpo ancora fresco che teneva in gran cura facendo un massaggio un giorno sì e uno no, e permettendosi costose cure cosmetiche. Di tanti uomini che le ronzavano attorno, quello che la spuntò fu un medico molto capace che si chiamava Dottor Simoni. Non avevano molto in comune, se non una certa esperienza del mondo che li rendeva pratici e un tantino cinici; e una formidabile attrazione fisica che li faceva passare a letto gran parte del loro tempo insieme. Una sera che erano a letto il dottore accese una lampada e prese a guardarla da capo a piedi e a toccarle il seno non come un amante, ma come un medico. Vieni domani in ospedale, facciamo qualche esame: così, per sicurezza. Gli esami non furono buoni e Roberta fu ricoverata d’urgenza. La sua posizione in agenzia fu presa, giusto qualche tempo finché non fosse tornata, da un uomo giovane e aggressivo e lei fu operata. Dopo l’operazione rimase in clinica a lungo, sottoposta a cure estenuanti. Quando andava nel bagno della sua camera d’ospedale si apriva il camice e vedeva le cicatrici al posto del seno e pensò di non essere più una donna desiderabile. Questo sono io, non ho più un corpo attraente, e non sono stata fortunata, ma ho vissuto sempre con coraggio, quello non me lo toglierà nessuno.
Roberta tornò a casa dall’ospedale e iniziò una vita tranquilla e solitaria. Stava quasi sempre in casa a leggere, ripensare a suo figlio, ripensare al suo corpo, a ripensare al suo lavoro e non c’era futuro nella sua mente se non la sopravvivenza. Lei e il dottor Simoni erano ancora amici, anche se avevano cessato di essere amanti. Roberta andava all’ospedale per regolari controlli e dopo uno di questi controlli fu ricoverata di nuovo. Diventò sempre più magra e spossata per le cure forti a cui era costretta. Un giorno il dottor Simoni venne a sedersi sul suo letto e prima ancora che parlasse lei comprese. Questo sono io, pensò. Sofferenza. Nessuno ha sofferto come me. Le venne una gran paura di scomparire, di non esserci più. Raccolse il suo coraggio e si disse: almeno questo giorno, almeno questo minuto. Posso guardare questo bell’uomo che è stato il mio amante, i suoi occhi meravigliosi in cui mi perdo ogni volta. Posso guardare fuori dalla finestra e vedere la magnolia fiorita. Questo io sono: l’ora in cui sono ancora viva.
La malattia la mordeva da tutte le parti. I suoi occhi erano pesti, lei pelle e ossa. In un certo momento di una certa giornata il suo corpo cessò di respirare. Una minuscola luce, una fiammella come di lucciola, più piccola di una capocchia di spillo, rimase per un attimo sospesa nella stanza a guardare quel corpo esaurito; ed era meravigliata di quella scorza vuota, e del fatto che una scintilla senza occhi potesse vedere. Questo io sono, emanò la fiammella in un impulso senza parole, senza pensiero.




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