Arguzia
- Il Ricordo di Sé
- 4 giorni fa
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Oggi vorrei condividere qualche riflessione su una parte importante nel lavoro di Scuola: gli esercizi.
Ma perché gli esercizi sono così importanti?
Perché gli esercizi ci mettono alla prova, creano attrito, ci costringono e ci permettono di vedere qualcosa, qualcosa che altrimenti non avremmo visto. Ci mostrano che la teoria non basta, se lo scopo è scuotersi un attimo dal sonno. Bisogna sporcarsi le mani, mettersi in discussione.
In questa direzione è sempre possibile svolgere un esercizio con profitto, ovvero guadagnando in consapevolezza, a prescindere dal fatto che un certo percorso sia stato intrapreso dieci anni o dieci giorni fa. Il fatto di ritornare a un esercizio che la macchina reputa già conosciuto può stanare l’indolenza della macchina, la sua vanità: sono troppo bravo per questo, dice un io, l’ho fatto fino allo sfinimento, dice un altro io, non mi riguarda più, conclude una terza voce.
Rimettere al loro posto gli io e lavorare nuovamente con un esercizio ritenuto basilare o semplice (una delle tipiche rimostranze della macchina per non agire), oppure svolto a sufficienza (secondo altri io), è un buon modo invece di rifuggire dal sonno con ritrovata umiltà.
Un esercizio che per me ha sempre funzionato, a prescindere dal grado di sonno che avvolge la macchina, è quello di non gesticolare, oppure quello di non compiere due attività nello stesso momento. Non c’è giorno in cui non mi scopra a trasgredirli. Questi due esercizi si rivelano utili anche perché si oppongono a delle idee che il dominio femminile ha instillato dentro di noi: quella che gesticolare aiuti la comunicazione, ad esempio,oppure che fare due cose assieme sia un’abitudine vantaggiosa. Lavorare su un singolo gesto diventa il modo per scavare più in profondità e su molteplici livelli. Tutta la natura è imparentata con se stessa, diceva Platone, e cominciando a tirare un filo, si tirerà fuori un’intera matassa.
In queste settimane mi sono resa conto di aver nuovamente bisogno di un esercizio che mi diede comprensione in passato: quello sul Wit, l’arguzia.
Nella scuola, Wit è uno dei trenta io di lavoro: ricercando tra i post del gruppo è possibile trovare un approfondimento su questo tema.
L’utilizzo dell’io WIT può essere sconfortante all’inizio e anche poco comprensibile, poiché anche questo esercizio sfida radicate convinzioni sociali. Solitamente l’uso di ingegnose arguzie è considerato indice di intelligente profondità, di capacità di stare in mezzo alla gente, di brillanti doti di comunicazione. Come afferma una delle solite vocine nella testa, dovrei forse rinunziare alla mia simpatia, a quella che mi permette di socializzare e rendere tutto più leggero e interessante?
L’ esercizio su WIT prevede il contenimento delle battute di spirito, di commenti sarcastici e ironici o che facciano sfoggio di acume in pubblico. Dietro a questi atteggiamenti di solito si cela il desiderio del sé inferiore di apparire, di mostrarsi superiore agli altri o particolarmente interessante. Il Sé superiore, come la Presenza, invece è discreto, tranquillo, silenzioso, non vuole farsi notare.
Mi accorsi subito, quando seppi dell’esercizio, che in effetti spesso avevo esternazioni di questo tipo, e che dietro c’era esattamente quanto suggerito: desiderio di stare al centro della scena e attirare l’attenzione, imbarazzo sociale, vanità. Spesso era un respingente capace di attutire degli attriti, in altre occasioni il modo di di smussare incomprensioni e favorire il dialogo, secondo gli io di una macchina naturalmente predisposta verso la bontà meccanica, oppure un efficace oliatore di relazioni superficiali in momenti di stallo.
Insomma, Wit soddisfava efficacemente varie e diverse esigenze della macchina. Proprio per questo mi ripromisi di portare avanti quell’esercizio, mettendo in atto una condotta più modesta, cercando di non esprimere battute intelligenti o erudizione fine a se stessa, di contenermi nei gesti, nei comportamenti, anche nel vestiario. Sicuramente a questo si sono affiancati altri episodi e riflessioni che hanno rafforzato tale direzione, ma quell’esercizio, apparentemente così piccolo e di contorno, si è rivelato decisivo.
Eppure nulla è conquistato per sempre: la virtù è un’abitudine, qualcosa che entra a far parte di noi, come un abito o una seconda pelle. Ogni negligenza, per quanto piccola, può portarci a deviare inesorabilmente dalla strada. Dio, o il diavolo, sta nei dettagli, recitano due proverbi opposti ma complementari.
Per semplificare questo racconto, ad un certo punto però decisi di accantonare l’esercizio, considerato ormai stabilmente integrato nella mia personalità di lavoro.
Eppure il disegno del poeta, ovvero dell’Influenza C, per altre strade può condurci a ripercorrere le basi e i primi passi del nostro percorso.
Mi sono infatti resa conto di aver nuovamente fatto sfoggio di simpatia e intelligenza, esattamente ciò che mi era vietato dall’esercizio su WIT, per uno scopo che la mia macchina reputava “buono”: rimediare a una certa freddezza verso una persona specifica, frutto di superficialità e pregiudizio. Uno scopo che nella vita ordinaria era buono era però dannoso per il mio lavoro nella Scuola, o meglio lo erano i mezzi da me scelti.
Ho così deciso di recuperare l’esercizio per ristabilire il controllo sugli io.Osservando meglio, a ritroso, mi è stato possibile ricostruire anche ciò che aveva mosso la considerazione interna rispetto a quello specifico pregiudizio.
Cosa si può imparare da un’esperienza del genere?
Che non siamo mai al sicuro dal sonno, ovviamente. Anche nelle cose più semplici, che ci sembrano ormai alla nostra portata. Che se smettiamo di sforzarci, l’ottava inizia a discendere, senza avvisarci. Se non miglioro, sto peggiorando, senza ombra di dubbio, anche, e forse soprattutto, se non lo vedo. Che senza una guida consapevole, un maestro, una scuola, in cui continuamente le diverse linee di lavoro ci riportano sulla via maestra, siamo destinati a perderci nei meccanismi labirintici dell’immaginazione, delle associazioni, degli io, a smarrire la direzione e anche noi stessi.
Che l’equilibrio interiore è qualcosa di così delicato che, toccando da una parte, si sbilancia senza possibilità di poterlo tenere assieme in modo raffazzonato. Si ha la netta percezione del meccanismo intricato e rigidamente determinato che è la nostra macchina, in cui tutto è concatenato. Che il battito d’ali di una farfalla nell’oceano Indiano causi un uragano nell’Atlantico è un’immagine che forse descrive il mondo interiore ancor meglio di quanto non descriva il mondo esteriore.
Anche per questo motivo si parla di “sistema”: la conoscenza è dinamica, tiene assieme molte cose, tutte collegate tra loro in maniera viva e non inerte, è la mappa di un mondo complesso e variegato.
Questo riguarda la Presenza?
Si e no, in realtà: è un lavoro preparatorio. Significa sistemare la casa, in attesa che il Padrone si manifesti, come racconta Gurdjieff con la sua famosa descrizione del maggiordomo, o la parabola delle dieci vergini di cui parla un post di Sergio di qualche tempo fa (sempre recuperabile tra i post del gruppo). Bisogna “fare” molto affinché alla fine sia possibile “non fare”.
La mente che vuole conoscere scomparirà,
come pure tutti gli insegnamenti, e tu sarai
simile a un cielo vuoto. Bassui Tokushō (maestro zen)




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