I molti io
- Il Ricordo di Sé
- 12 giu
- Tempo di lettura: 5 min

Riceviamo una domanda:
“Come si fa ad accorgersi dei tanti "io" così diversi fra loro? Come riconoscere quei diversi meccanismi acquisiti da anni?”
Risponderò cominciando dalle basi, e ripetendo concetti di cui parliamo in continuazione, ad esempio, nei nostri incontri aperti.
Proprio per questo invito chi legge a farlo con attenzione, specialmente se ritiene di conoscere già l’argomento, dato che l’idea dei molti io sta alla base di ciò di cui scriviamo e si presta a ogni genere di malintesi o interpretazioni parziali.
Cos’è un ‘io’? Lo scopriamo col tempo, gradatamente, osservandoci. Come per ogni idea in questo campo, non c’è un interruttore spento o accesso, un “La so”, o “Non la so”, come in un test a risposta multipla. Le idee sono viventi, una volta che le cogliamo crescono in noi e la nostra relazione con esse muta continuamente e si approfondisce col tempo, diventando allo stesso tempo più ricca e più pura.
Una delle prime cose che si possono dire di un io è che è la risposta a uno stimolo.
Poco fa ho assaggiato un formaggio del luogo dove mi trovo: buonissimo. L’ho accompagnato con il caffè di una macchinetta elettrica: non mi piace tanto, preferisco la moka. Ecco due io, due reazioni a stimoli. Il formaggio, il caffè, hanno prodotto una piccola reazione interna, un ‘io’.
Ogni tre secondi - a ogni respiro - la mia ‘macchina’ produce almeno un io.
Ogni impressione, di qualsiasi tipo - un fiore, un male al ginocchio, questa frase che leggo - genera in me una reazione, un io.
La durata di un io è quella di un respiro, appunto circa tre secondi. Dopodiché, un altro io prende il suo posto. Questo nuovo io può essere non correlato al primo, in quanto risponde a uno stimolo diverso (“La guerra è una cosa disgustosa… tò, un quadrifoglio!”) oppure correlato al primo, in quanto il primo funge da stimolo al secondo. Una catena di io in cui il primo porta al secondo, che porta al terzo e così via, si chiama “pensiero associativo’.
(Guarda questo tizio nella macchina rossa come mi ha tagliato la strada, il bastardo. Avevo una macchina così molto tempo fa, a vent’anni. Ricordo, ci andavo in giro con quella ragazza francese, Agnès. Ricordo, scherzavamo sul fatto che Agnès mangia sempre pasta Agnesi. La pasta fa ingrassare, dicono. Io è tre settimane che non ne mangio e sono aumentato tre chili. La bilancia ha le pile scariche. Oggi le compro. Dove? Vado in quel posto, così faccio anche Bancomat. Ho quasi finito i soldi. Chissà se oggi quello a cui ho portato il curriculum mi risponde. Con quei capelli e barba sembra proprio Giuseppe Verdi. La figura che era nelle mille lire, mi ricordo. Da quanto non vedo una banconota da mille lire!…”) E così via.
L’aspetto principale di questi io è che non sono volontari, non sono stati creati sotto il mio controllo, ma sono giunti a me in modo automatico. “Io” non ne sono l’autore.
Si chiamano ‘io’ perché in ciascuno di essi c’è la convizione di rappresentare il mio intero essere, mentre invece non sono che minuscoli lampi che appaiono e scompaiono.
Allora, da dove vengono?
Dai nostri cosiddettti ‘centri inferiori’, una serie di cervelli indipendenti che si occupano di diverse funzioni. Il centro istintivo, di ciò che il corpo sa fare sin dalla nascita, ad esempio respirare o digerire il cibo. Il centro motorio, che si occupa di ciò che il corpo apprende dopo la nascita, ad esempio camminare o giocare a scacchi. Il centro intellettuale, che apprende a utilizzare concetti, simboli e parole per costruire narrazioni che interpretano ciò che ha intorno. Il centro emozionale, che percepisce energie, è interessato agli altri, prova o non prova empatia, ha valori.
Osservandosi, si comincia a vedere la realtà di questa estrema frammentazione. Più si osserva, più si verifica quanto piccoli e effimeri siano questi frammenti, e quanto poco abbiano a che fare l’uno con l’altro: sono in contraddizione, dimenticano, si ripropongono scopi che vengono immediatamente disattesi da altre forze, da altri desideri e scopi opposti.
Con il suo rigore sistematico Ouspensky disse che questa nostra condizione porta all’assenza di tre caratteristiche che ci illudiamo di possedere e non abbiamo: Consapevolezza (tutte queste risposte a stimoli sono automatiche e inconsapevoli); unità (siamo frammentari e contraddittori); volontà (la nostra volontà ci porta ora in una direzione ora in un’altra, non è che “la risultante di desideri” Ancora Ouspensky).
La domanda chiede “Come si fa ad accorgersi di questi io?”
Occorre che ci sia ‘qualcosa’ che osservi.
Dato che questi io, provenienti da questi centri, funzionano in modo del tutto indipendente, avviene ogni tanto che un io possa vederne un altro, un centro possa vederne un altro. Sono triste, apro il frigorifero, il mio centro emozionale lancia un impulso a tirare fuori tutti i dolci che ci sono e a divorarli. Il centro istintivo obbedisce. Il centro intellettuale ha un lampo improvviso: “Sto mangiando troppo.”
La combinazione meccanica di questi impulsi ha creato un momento di osservazione.
Va osservato che più centri lavorano insieme in questo momento, più sono presente. Se ora un solo centro è sveglio e attivo sarò in uno stato descrivibile come sonno, o ipnosi se volete. Con due centri che collaborano ho un pezzettino di realtà in più a mia disposizione, con tre ancora di più. La realtà è più reale a seconda del numero dei centri coinvolti e della qualità del loro lavoro.
Chi intraprende un lavoro evolutivo, a un certo punto comincia a raccogliere sempre più di questi momenti di osservazione dove un centro vede un altro, un io fotografa un altro. Si crea una sorta di tendenza o abitudine a osservare, un certo gusto per farlo, per scoprire la verità in se stessi. Questo stadio si chiama ‘io osservatore’. Ci sono ulteriori sviluppi di questo stadio, “maggiordomo interinale” e “maggiordomo”. Ne abbiamo scritto tanto, potete ricercare questi termini nel nostro gruppo e avrete da leggere per tutto il fine settimana.
Lo stadio finale e più elevato è quando veniamo a incontrare un affascinante sconosciuto, il Sé. Il Sé è la nostra vera identità, che solitamente rimane velata dal continuo chiacchiericcio degli io. Possiamo usare diversi metodi: imparare a tranquillizzare i centri, creare una relativa pace e quasi silenzio negli io, oppure imparare a squarciare il loro velo e attraversarlo come un si attraversa un muro di nebbia, anche quando gli io urlano e si fanno sentire. Leggendo i nostri post, anche vecchi, si trovano ampie descrizioni e indicazioni sul come.
Come si vede dalla descrizione non possiamo definire gli io, come nella domanda, come “diversi meccanismi acquisiti da anni.” Tutto ciò che pensiamo, sentiamo, tocchiamo, muoviamo, è fatto di io. Corpo, pensieri ed emozioni sono ‘io’. Anche il desiderio di svegliarsi è fatto di io. L’io osservatore, il maggiordomo, sono fatti di io. Molti di questi sono innati, come la mia capacità di farmi crescere i capelli; non sono affatto meccanismi acquisiti. Molti di questi sono funzioni legittime e indispensabili alla vita: è molto positivo, ad esempio, che abbia imparato a camminare, o che sia in grado di godermi una carbonara fatta come si deve. Il guaio è la cosiddetta identificazione con questi io, l’illusione che ‘io’, sono quello.




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