Atteggiamenti
- Il Ricordo di Sé
- 12 nov 2025
- Tempo di lettura: 3 min

Ieri sera abbiamo avuto uno degli incontri online per persone interessate al nostro lavoro, che teniamo mensilmente.
A un certo punto una dei partecipanti ha chiesto qualcosa come: “Ma voi, questo stato di RIcordo di Sé, l’avete mai davvero sperimentato personalmente”?
Ho avvertito un filo di imbarazzo nel mio amico studente, mentre si accingeva a rispondere. Il rischio, effettivamente, era di apparire come dei fanfaroni, “Ho 16 Lamborghini e 4 Ferrari in garage, e mangio caviale a colazione, pranzo e cena.”
Alla fine il mio amico ha optato per una risposta che ridimensiona lo stato stesso: “Ma certo! Non è una cosa ‘spaziale’, fuori da questo mondo.”
Questo ritenere lo stato di Presenza come lontano e inaccessibile è un atteggiamento. È comprensibile: se ho visto tante volte come mi è facile cadere nel sonno, come è arduo cercare di interrompere certe routines, dopo il quarto o quinto fallimento posso decidere che si tratti di qualcosa di sovrumano.
Con lo stesso atteggiamento, alla quinta caduta da bambino, avrei potuto decidere che camminare non fa per me, questa è un’abilità sovrumana che non acquisirò mai, lasciamo perdere.
Un atteggiamento è una relazione fissa con un gruppo di fenomeni che (a torto o a ragione) percepisco come comuni.
Ad esempio, se qualcuno si esprime in modo rudimentale, o anche se indossa vestiti che giudico non eleganti, non darò molto credito a quello che dice.
Eppure è così che Ouspensly incontrò Gurdjieff per la prima volta: un immigrato vestito in modo decisamente fuori moda, con un accento straniero fortissimo, sgarbato e poco sfumato nell’esprimersi. Quanti ne abbiamo incrociati nella nostra vita? Fu merito di Ouspensky di riuscire a vedere oltre questa maschera.
Che qualcosa sia da noi ritenuta possibile, o impossibile, è un atteggiamento.
Che noi arriviamo a conclusioni sulla base di un numero scarsissimo di dati, è un altro atteggiamento.
Che gli atteggiamenti non si possano cambiare, che “io sono fatto così, e basta”, è un atteggiamento.
Ormai, dopo otto anni di relazione virtuale con i lettori di questo spazio, li ho mentalmente suddivisi in categorie. Ad esempio, chi ha letto e rispetta Gurdjieff ma non Ouspensky tende a non credere all’importanza del lavoro sulle emozioni negative, nonostante ciò che Gurdjieff stesso ha ripetutamente sottolineato. Oppure chi segue una molteplicità di approcci e ha tantissimi interessi in campo spirituale o di guarigione, faticherà a fare lo sforzo necessario per ‘entrare’ davvero in questo lavoro e si stancherà, assistendo alla mancanza di risultati eccezionali a poco prezzo.
C’è chi ha l’atteggiamento di insegnare, di correggerci, e questo, come sapete, non ha spazio qui, dato che non esprimiamo opinioni personali ma riteniamo di offrire una preziosa visione oggettiva, che non dipende da noi e non può quindi essere messa in discussione, pena il perdere le sfumature essenziali che rendono questo messaggio prezioso - un po’ come sottoporre a calore estremo alimenti come il miele o l’olio d’oliva: le sostanze più preziose scompariranno.
Eppure, lo so già in anticipo, se scrivo a qualcuno che in questo spazio la polemica non ha posto, molto probabilmente riceverò altra polemica - questo perché la persona non vuole, o non sa, modificare un proprio atteggiamento, fissato e immutabile. (Non riesce nemmeno a simulare di essere d’accordo: questo spiega ulteriormente la natura di un atteggiamento).
Eppure, dato che gli atteggiamenti sono risposte apprese, così come sono venute se ne possono andare. In ambito di scuola questo avviene continuamente: se mi accorgo che un atteggiamento mi limita, cerco di sbarazzarmene immediatamente (E, a volte, questo è sorprendentemente facile, basta non essere troppo affezionati).
Certo, bisogna sapere come. Certo, occorre aiuto. Certo, alcuni atteggiamenti sono più tenaci di altri.
Se penso a come sono cambiato in qualche decennio di lavoro di scuola, a quanti atteggiamenti che un tempo mi definivano e che ora ho addirittura dimenticato, allora mi sento davvero di dire che in garage ho un numero indefinito di Lamborghini, Ferrari e Bugatti e un frigo stracolmo di caviale; anzi, se ne volete, fatemelo sapere.








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