Purificazione
- Il Ricordo di Sé
- 12 minuti fa
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In occasione del nuovo anno, mi tornano in mente i tanti rituali popolari in cui si brucia qualcosa di vecchio per far posto a qualcosa di nuovo.
La stessa cosa avviene, su una scala di tempo più ampia, nel momento in cui Shiva, danzando, distrugge l’universo per permettere la nascita di un nuovo ciclo.
La stessa danza di distruzione avviene in chi è in un processo di risveglio. Ciò che è incompatibile con esso va distrutto. Non c’è posto per il vecchio e il nuovo, insieme. Svuotiamo una stanza dei vecchi mobili inutili, prima di poterla riprogettare; mano a mano che scopriamo nelle tensioni del nostro corpo, del nostro pensare, dei nostri sentimenti del materiale stagnante che ci frena nella nostra ascesa, dobbiamo liberarcene.
Ci si purifica con l’acqua e col fuoco.
Con l’acqua laviamo via ciò che è impuro. ‘Io’ che a un certo punto abbiamo riconosciuto come incompatibili con lo stato di presenza. Oppure ‘io’ pesanti, grezzi, che vogliamo sostituire con qualcosa di più nobile e raffinato, come quando ricerchiamo impressioni alte come poesia, musica, pittura di qualità. (Facciamo questo se abbiamo avuto l’opportunità di osservare che le impressioni elevate favoriscono lo stato di presenza, mentre ce ne sono altre che lo rendono difficile).
Con l’acqua eliminiamo una quantità di scorie superflue, che appartengono a quello che la quarta via definisce ‘personalità’, ciò che nel corso della nostra vita è appreso da altri.
Questa operazione, nel tempo, ci riduce. Molte sovrastrutture vengono semplicemente abbandonate: sono sempre state inutili, ed ora ce ne rendiamo conto. Gradatamente, il nocciolo più autentico della nostra individualità appare, la cosiddetta ‘essenza’. L’essenza è ciò che siamo veramente, a prescindere dall’influenza sociale. Diventiamo più semplici, meno artificiali, più sensibili, più attenti a ciò che ci piace veramente (in personalità non sappiamo nemmeno ciò che ci piace, tanto siamo ansiosi di adeguarci a ciò che la corrente di ciò che si agita intorno a noi ci suggerisce).
Riconquistiamo una sorta di nuova infanzia. Soltanto da lì diventa possibile essere presenti (“Finché non sarete come bambini non troverete il Regno dei Cieli…”)
Il fuoco si rende necessario per quegli aspetti che lavorano contro la presenza. Per liberarsi di questi occorre una vera e propria fusione - processo che non avviene senza sofferenza. Di volta in volta dobbiamo dissolvere completamente e poi ricostruire certi aspetti di noi: i più ostinati, quelli che sentiamo più ‘nostri’, che ci rappresentano come individui. Molti si arrestano prima di questo passo, accontentandosi di ciò che il mio maestro chiama ‘risveglio relativo ‘: il raggiungimento di uno stato di essenza più autentico, uno stile di vita meno caotico.
Ma non esiste possibilità di un lavoro spirituale senza affrontare questi draghi. Il modo più diretto di esprimere questa legge lo trovai in Meher Baba, che disse semplicemente: “La sofferenza evitata ti perseguiterà.”
Ogni volta che attraversiamo il fuoco ne usciamo più liberi, in grado di fare laddove prima ci era impossibile.
Perché questa sofferenza è necessaria? Perché siamo talmente identificati con certi nostri aspetti che soltanto una forza esterna può costringerci ad abbandonarli. Finché una caratteristica non sarà affrontata, non potremo cambiare, non importa quanto bene conosciamo il problema. Anzi, più studiamo un aspetto della meccanicità senza lavorarci su, più entriamo in debito con esso, finché a un certo punto non avremo altra strada che renderlo invisibile a noi stessi, respingerlo - e questo diventerà quindi una sorta di fantasma che ci dirige dove vuole senza che noi ne sappiamo nulla.
Può essere duro da accettare, e forse lo scrivo qui in modo eccessivamente diretto, ma gran parte di ciò che chiamiamo ‘io’ e che sentiamo come profondamente nostro, è in effetti la nostra prigione e il nostro limite. Essere liberi è in qualche modo essere liberi da ‘io’.
Un anno nuovo è l’ombra e il simbolo di un uomo o una donna nuovi.








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