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Sul bilanciamento dei centri

  • Immagine del redattore: Il Ricordo di Sé
    Il Ricordo di Sé
  • 15 minuti fa
  • Tempo di lettura: 4 min

L’idea di bilanciare i nostri centri - ovvero di raggiungere un equilibrio tra le nostre funzioni intellettuale, emozionale e corporea - è estremamente popolare negli ambienti di quarta via, specialmente in quelli che si concentrano su Gurdjieff soprattutto. (Me ne sono reso conto comunicando negli anni con le persone che ci leggono. Ho una mia idea del perché questo avvenga, ma non è il tema di questo post). Nella nostra scuola questo elemento esiste, ma come aspetto secondario e propedeutico, non come elemento fondante.


Ci sono due modi principali in cui i nostri centri possono essere sbilanciati.


Uno è il fatto che in ciascun individuo, a causa delle circostanze della sua vita, uno o l’altro dei centri riceverà un’educazione insufficiente, se non nulla. Un centro è trascurato, quindi sotttosviluppato.


L’altro, che in parte può essere causato dal primo, che nel corso del nostro sviluppo ordinario sviluppiamo delle abitudini malsane, in cui le funzioni forti fanno il lavoro che spetterebbe a quelle in noi più deboli - invece di usare per un determinato scopo la funzione più appropriata, ne usiamo un’altra, che farà quindi il lavoro a modo suo, e male.

Un esempio di entrambi i casi può ritrovare in molta letteratura associata a Gurdjieff: parecchi dei suoi studenti avevano uno scarso contatto, quasi nullo, col proprio corpo.

(Nel nostro ventunesimo secolo non siamo messi molto meglio al riguardo: al riparo nella realtà ovattata delle nostre case riscaldate, con cibo impacchettato che riempie i frigoriferi, osservando la realtà attraverso schermi, il corpo viene isolato da gran parte delle stimolazioni che invece hanno costituito la realtà dei nostri antenati per centinaia di millenni).


Il rimedio a questo limite era provocare stimoli corporei: grande attenzione alla preparazione del cibo, uso di alcol per inibire altre funzioni che interferiscono col lavoro che sarebbe del centro istintivo, danze e movimenti, allevamento di animali, esercizi incentrati sul sentire col corpo, rendersi conto di questa o quella parte del corpo.


In questo modo ci si riabituava a sentire la realtà attraverso la sensibilità corporea, invece di illudersi che pensare alle cose equivalga all’essere presenti ad esse.


Vi era poi un atteggiamento di Gurdjieff nei confronti dei suoi allievi che potremmo riassumere così: per lui era piuttosto facile individuare al primo sguardo quale fosse l’ostacolo principale della persona che si trovava davanti - creava quindi una condizione che ‘pestava i calli’ di quella persona, nel tentativo di affrontare questo ostacolo principale, che fosse un lavoro sbagliato di un centro, oppure una caratteristica come Vanità, Paura, e via dicendo. (Questo atteggiamento del maestro come forza contraria non è esclusivo di Gurdjieff. Possiamo per esempio pensare al maestro di Milarepa, che fece di tutto per far soffrire il povero allievo. È un metodo, tra i tanti, da non interpretare come qualcosa di necessario).


Incidentalmente, il leggere acriticamente di queste ‘medicine’ che Gurdjieff somministrava a questa o quella persona, relative a un problema individuale e specifico, ha portato spesso a considerare come universali certi esercizi che invece erano confezionati su misura per il problema di quello studente, e certamente non adatti a tutti.


Ricordo ad esempio una trascrizione di una conversazione con uno studente, in cui gli consigliava un esercizio di ricordo di sé attraverso il corpo, con la raccomandazione: “Lo faccia solo una volta al giorno! Non stia tutto il tempo a pensare a questo, per il resto della giornata se ne dimentichi.”


Ho letto di interpretazioni sorte da questa lettura per cui ricordare se stessi sarebbe un esercizio a cui dedicare qualche minuto la mattina, e niente più. Mentre ovviamente (ovviamente per chi ha esperienza pratica), la raccomandazione si doveva al fatto che lo studente in questione era tutt’altro che avanzato, e ostinandosi ad essere presente a modo suo, con la sua limitata comprensione, avrebbe fatto più danni che altro.


L’idea di equilibrare i centri, di ‘rimettere a posto la macchina’, sta nella zona di confine tra lo spirituale e il terapeutico. Molto spesso all'inizio la persona che si interessa di idee spirituali lo fa appunto per il loro valore terapeutico, per il desiderio di vivere una vita meno infelice, meno squilibrata, più appagante, serena, entusiasmante.


Rimettere a posto la macchina ha un suo valore ed è, in certi casi, fondamentale. Se continuiamo ad avere un approccio ‘malato’ alla realtà, continueremo a portarci dietro i nostri errori anche dopo anni di cosiddetto ‘lavoro su di sé’, come un violinista o un atleta autodidatti che si portino dietro per anni una postura sbagliata, che di fatto impedisce loro di raggiungere certi risultati.


È evidente che se sono in uno stato di rabbia livida per la maggior parte del mio tempo, oppure se vivo in un mondo gelido senza contatto col mio centro emozionale, o se non so nemmeno di avere un corpo - potrei fare molti altri esempi naturalmente - è necessario che questi squilibri cessino per poter anche solo iniziare un lavoro spirituale. Sono sbilanciamenti troppo grandi per permettere alcuno sviluppo.


In un certo senso, questo avviene ad ogni studente che si avvicina a questo lavoro - e non una volta sola, ma ripetutamente. Periodicamente, ci si trova a ‘vedere’ certi nostri atteggiamenti che sono incompatibili con lo stato di presenza.


Una volta visti, diventa nostra responsabilità eliminarli. Questo lavoro richiede tempo, coraggio, creatività e aiuto. La soluzione a un problema individuale è altrettanto individuale.

(Questo a livello della ‘macchina’; a un livello più alto, la soluzione a qualsiasi problema è lo stato di Presenza).


In noi ci sono tre tipi di ostacoli:


- Quelli che abbiamo già individuato e, almeno in parte, superato. Tutto ciò che ci occorre riguardo a questi è di ricordarcene e di seguire ricette per controllarli che abbiamo già appreso.


- Quelli che affiorano al nostro campo visivo ora. Questi sono i problemi che è nostra responsabilità affrontare, con una manovra a tenaglia che da una parte cerca di portare luce, attraverso la presenza, nonostante gli ostacoli - e dall’altra (dal lato della macchina) indaga cause psicologiche, fisiologiche, percettive, studia, ascolta consigli, segue esercizi che possano affrontare il problema.


- Quelli che ancora non possiamo vedere. Di questi, non siamo responsabili. Soltanto quando avremo affrontato il problema che si presenta oggi, si affaccerà alla nostra consapevolezza quello di domani (che, secondo leggi inesorabili, sarà più grande e feroce di quello odierno, non può essere che così). Avremo allora forse la sensazione di venire ‘puniti’ per essere avanzati nel nostro lavoro, ma ovviamente si tratta soltanto di aver fatto un passetto in più in direzione del nostro scopo, ed ora i draghi che ci tocca affrontare sono più grandi e feroci.

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