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Trasformazione della sofferenza

  • Immagine del redattore: Il Ricordo di Sé
    Il Ricordo di Sé
  • 10 minuti fa
  • Tempo di lettura: 4 min

Abbiamo avuto una richiesta di parlare di questo argomento.


Ne abbiamo già scritto in passato, rispondiamo comunque alla richiesta. Si tratta di un argomento chiave e non molti lo comprendono. Si tratta anche di uno di quegli argomenti di cui è inutile parlare troppo senza provare in pratica; siamo più che mai in un dominio dove l’esperienza personale è fondamentale - potrei scrivere qui per ore cercando di spiegare il particolare dolore e fastidio che si prova dopo che si è toccata un’ortica, oppure posso contare sul fatto che tutti una volta o l’altra ne hanno avuto esperienza, e allora iniziamo a intenderci.


Tutti noi, non mi stanco di ripeterlo, sogniamo la realtà.


Questa non vuole essere un’affermazione iperbolica, ma un semplice dato di fatto. Il materiale dei sogni continua a ripresentarsi una volta che apriamo gli occhi, e abitudini percettive profondamente radicate in noi - sia nella nostra struttura fisica che nel ‘corpo sociale’ che ci siamo costruiti a contatto con gli altri, a partire dai genitori, ci portano a non vedere che una ristrettissima selezione di impressioni, di oggetti, di comportamenti, di opzioni. Vediamo di volta in volta solo il rametto di un albero, che ha attirato la nostra attenzione per via di qualche risonanza; e l’albero intero, il resto della foresta, la valle ci sono invisibili.


Io, ad esempio, ho imparato da mio padre ad essere costantemente in ansia per il futuro. A prevedere possibili scenari negativi, vivendone in anticipo l’angoscia.


Pensavo di non essere così, mi illudevo di essere immune da questo tratto che lo ha tormentato tutta la vita - finché non ho visto che in me si manifesta semplicemente in forma diversa, così che all’inizio non mi era riconoscibile.


“Forse mi licenzieranno e, forse, se lo faranno, sarò rovinato e, forse, molto infelice.”

Una persona può spendere una notte insonne a rigirare tutte le possibili articolazioni di questa idea. Ma i tre ‘forse’ della frase, spero sia evidente, rappresentano punti di immaginazione. Niente, in questo ragionamento, è reale. Ripercorrere incessantemente questi scenari è una perdita di energia che di per se stessa è una sfortuna e un male - evitabile.


Ciò che ho descritto è la cosiddetta sofferenza immaginaria. Non essendo reale, non può essere trasformata - se non è legno vero non brucia.


La sofferenza che può essere trasformata è quella reale. Potrei essere seriamente malato, o abbandonato dalla sposa, o una persona cara è morta.

Di fronte a certe sventure non c’è assolutamente nulla che possiamo fare sul lato pratico. Il cuore, per così dire, sanguina. Tutto qui.


Dopo aver speso tanto tempo ad acquisire un atteggiamento positivo anche in faccia alle piccole difficoltà e sofferenze quotidiane che non mancano mai, ecco che ne arriva una potente, inevitabile, dolorosa, forse finale.


Non devo commettere l’errore di identificarmici. Nemmeno questa, pur con la sua apparenza terribile, è reale in senso assoluto. È una medicina per purificarmi.

Perché vivo questa esperienza come sofferenza? Perché viene a intaccare la mia identità.

È il caso della morte, ovviamente. Ma tutte le perdite: salute, relazioni, denaro, reputazione, vengono ad intaccare pezzi del mio ritratto immaginario, della rete di condizioni che ho stabilito per me stesso rendere la vita accettabile.


La settimana scorsa ho avuto una conversazione con mio padre, che ha 98 anni. In modo semplice, mi ha detto che l’idea della morte ora gli è preferibile a una condizione in cui non vede quasi più, non sente più, non si muove quasi più, non ha forza. Mia madre è morta qualche mese fa, e l’ultimo senso di avere uno scopo - accudirla - è venuto meno.


Per chi vuole evolvere spiritualmente, un momento come questo è un’opportunità. Si potrebbe anche dire che gran parte del lavoro di quarta via rappresenta una preparazione a questi momenti chiave, di cui il principale è la morte. La sofferenza è una fiamma da attraversare per uscirne purificati. È necessaria, perché non riusciamo a comprendere che la parte che deve essere staccata da noi ci sembra essenziale e preziosa, parte della nostra identità. Per risvegliarci a ciò che siamo veramente, a volte ciò che non siamo e in cui siamo identificati, deve esserci strappato.


Rilke:


"Forse tutti i draghi della nostra vita sono principesse in attesa di vedere un giorno il nostro coraggio"


La trasformazione della sofferenza afferra questo carbone ardente e ne fa diamante - Presenza dai Centri Superiori.


Ho già citato affreschi in cui un Cherubino (sempre con sei ali, in riferimento al terribile e altissimo Mondo 6) offre dei carboni ardenti da mangiare al profeta Ezechiele.


Sempre lo stesso Cherubino, talvolta raffigurato con la faccia di Cristo, perfora con inesorabili raggi mani, piedi e costato di San Francesco. Ancora un angelo - e questa è l’immagine che ho scelto - scrive il libro dell’Apocalisse perché San Giovanni lo trasmetta, e gli impone di mangiarlo. San Giovanni dirà che il mangiarlo è simultaneamente un bruciore e una dolcezza.


Voglio concludere citando ancora una volta Rilke. Una poesia straziante, nota come “ultima annotazione dell’ultimo quaderno.” Il poeta, affetto da leucemia e in prossimità della morte, decide di descrivere questa esperienza. E nella parte finale, ammonisce se stesso: attento, questa esperienza è davvero la fine, tu non sei abituato, ogni esperienza precedente era preparazione per qualcos’altro, ma questo è davvero il capolinea.


Il momento della morte, il rendere lo spirito, stabilisce una scelta su dove collocare la nostra identità: in questo cadavere, o nell’entità senza corpo a cui lo spirito viene ora restituito.


Questa scelta, per chi tenta un lavoro spirituale, avviene già ora.


Vieni tu, ultimo, ch’io riconosco,

nelle fibre del corpo insanabile dolore:

come arsi nello spirito, ecco ardo

in te; a lungo il legno ha rifiutato

di assentire alla fiamma che tu attizzi,

ma ora io ti alimento e ardo in te,

La mia mitezza di qui, alla tua rabbia,

si fa rabbia d’inferno, non di qui.

Puro ormai da progetto e da avvenire,

salii sull’irto rogo del soffrire, sicuro

che questo cuore vuoto di sostanza non vale

a comperare un lembo d’avvenire.

Sono ancora io che qui ardo irriconoscibile?

Ricordi non trascino in queste fiamme.

O vita, vita: Essere-fuori. Ed io

nella fiamma. Nessuno mi conosce.

[Rinunzia. Non è come nell’infanzia

La malattia. Un rimando: Un pretesto per crescere.

E sussurri e richiami da ogni parte.

Ciò che a quel tempo primo ti stupì, non mischiarlo

A questo che ora vivi].

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