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  • Immagine del redattoreIl Ricordo di Sé

Come un bicchier d'acqua

Ieri sera, un momento prima di andare a dormire, mi è capitato di osservare qualcosa.

Sono ospite per qualche giorno in un appartamento dove mi è stata data una stanza tutta per me, che ho ingombrato con la mia valigia e i miei oggetti sparsi. Prima di mettermi a letto ho automaticamente allungato la mano là dove avevo lasciato un bicchiere per prendere una medicina.

Il bicchiere non c’era. “Maledizione! Sta a vedere che me lo hanno messo via. Ma perché?”

Mentre vado a prenderne un altro, nello spazio tra la camera e la cucina, penso: “Incredibile la mia ingratitudine. Qualcuno si è preoccupato di mettere a posto alcune cose in camera mia, e io mi lamento perché un bicchiere non è là dove, del tutto ingiustificatamente, io avrei desiderato che fosse.” Ho riflettuto ancora una volta sul meccanismo dei ‘fanti dei centri’: le parti automatiche che reagiscono per abitudini apprese - in questo caso la mia abitudine di preparare spazialmente oggetti che userò in un secondo momento proprio là dove mi serviranno, come promemoria. C’era stata una vera e propria emozione di disappunto per il fatto che avrei dovuto spendere un pochino di energia imprevista, e un ‘io di giudizio’ nei confronti della persona che aveva ‘osato’ mettere in ordine.

Tutto pacificato e ora consapevole della situazione, rientro in camera, appoggio il bicchiere, e… “La bottiglia dell’acqua! Hanno portato via anche quella, accidenti!”

E così, letteralmente un secondo dopo aver ‘compreso’ il mio errore (e dopo anni in cui quasi quotidianamente lo ‘comprendo daccapo’), ci sono esattamente ricascato. Rieccomi nel percorso verso la bottiglia in cucina, che ripercorrendo gli stessi passi ripeto gli stessi ‘io’ di buonsenso di un minuto prima. Avrò capito questa seconda volta?

Poniamo che qualcuno mi avesse chiesto ieri sera: “Ma tu sei un tipo riconoscente o un egoista irriconoscente?” Avrei risposto: “Credo di essere ragionevolmente riconoscente e grato, di apprezzare i favori, riconoscerli e, quando posso, restituirli.”

Alla stessa domanda posta ora, risponderei invece: “Sono riconoscente in pochi casi felici in cui ho dormito bene, sono riposato, non ho cose urgenti da fare, non c’è la luna piena e mi sento abbastanza felice. Nei casi normali, invece, quando sono stanco, ho mal di testa, ho fretta, qualcosa è andato storto, sono irragionevole preda di vecchie abitudini, del sonno, di io di giudizio violenti. Accuso interiormente gli altri di azioni che le persone non potrebbero mai lontanamente indovinare. Li accuso di aver spostato bicchieri che non ho mai chiesto di non spostare. Sono fondamentalmente composto da tanti io, alcuni dei quali, pochi, sono riconoscenti; ma il resto, per niente. Sulla mia riconoscenza non si può fare affidamento” E se la persona allora mi chiedesse: “Dunque in tutti questi anni di lavoro di scuola si può dire che non hai imparato nulla a questo riguardo? Ma non dici sempre che si tratta di generare un cambiamento di essere, e non di semplice conoscenza?” Risponderei:

“Come ho scritto nel post della settimana scorsa, è cambiato il mio tempo di reazione: esco da questi io in una manciata di secondi, invece che trascorrere in quello stato di follia negativa ore o giorni.”

“E questo in che modo rappresenterebbe un cambiamento di essere o ti fornirebbe possibilità nuove?”

“Il mio tempo non è più prevalentemente occupato dalle emozioni negative. Ho molta più energia e tempo libero per volare in Paradiso con gli angeli, per frequentare l‘altro posto in cui vivo la mia vita, il mondo dei Centri Superiori.”

O dovrò presto rivedere anche questa valutazione?

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