Conoscenza ed essere
- Il Ricordo di Sé
- 5 ore fa
- Tempo di lettura: 5 min

Quando ero bambina, imparai presto a leggere.
Il mondo dei libri mi parve subito una possibilità straordinaria: conoscere mondi che erano al di fuori della mia portata, entrare in storie che forse non avrei mai vissuto. Tuttavia, più crescevo più mi accorgevo che accanto alla possibilità esplorativa negli scritti c’era un potere enorme, che andava al di là di quanto intravisto dalla mia indole sognante e curiosa: il potere delle informazioni, il potere della conoscenza. Come recita lo slogan arcinoto: “potere è sapere”.
Mi impressionava un aspetto plateale della questione, palese nel mondo degli adulti, che teoricamente erano coloro che ne sapevano di più: la maggior parte di loro mi sembrava che non volesse, o per qualche strana ragione non potesse, utilizzare la forza insita nella conoscenza.
Un giorno che ricordo con grande precisione decisi di venirne a capo, cominciando a metterli di fronte al fatto compiuto. A casa c’erano molte riviste di salute e bellezza, eppure sentivo spesso le osservazioni dei miei genitori su piccoli malesseri che li tormentavano. La mia osservazione di bambina però era colpita, in fondo non facevano molto per alleviarli, pur continuando a comprare e leggere riviste sull’argomento. Io stessa avevo cominciato a sfogliarli e mi ero avveduta di quali fossero i consigli per alcuni di quei piccoli problemi: migliorare in una certa direzione l’alimentazione, svolgere alcuni esercizi, evitare certi cibi, ecc. La soluzione era così a portata di mano, perché non provare a metterla in atto? mi chiedevo ingenuamente. Quando, con grandi aspettative, evidenzia la contraddizione, la risposta fu che non era semplice come pensavo. Che era tutto più complicato, che poi avrei capito. Rimasi delusa dalla risposta, e sviluppai per compensarla una certa ostinata presunzione. Io non avrei fatto lo stesso errore. Decisi addirittura in chiave preventiva di adottare quei comportamenti realmente salutisti su cui loro temporeggiavano, accampando scuse, in un modo o nell’altro.
Pochi anni dopo mi sarei chiesta, con la stessa enfasi: com’è possibile l’errore, quando esiste la logica di Aristotele e la matematica? perché soffrire, quando la ragione offre molte soluzioni ai problemi che affliggono l'umanità? perché noi esseri umani siamo così complicati, incoerenti, tormentati? Nonostante gli sforzi profusi dalle più grandi menti nel corso della storia, l’uomo restava un enigma irrisolto ai miei occhi, e più cercavo la risposta più mi rendevo conto del grande abisso che sussisteva tra le teorie e quello che effettivamente accade nella vita degli uomini.
Ma erano davvero scuse, come pensavo io? Era menzogna, debolezza o davvero le cose sono più complicate, e forse un giorno avrei capito, come mi era stato suggerito?
Quel primissimo episodio casalingo, apparentemente senza particolari significati di natura metafisica, teologica, identitaria o esprimibile con altri paroloni che si potrebbero certamente scomodare, in realtà mi avrebbe insegnato molto, e ne ho infine compreso il senso all’interno del percorso di ricerca che mi ha portato fino a qui, alla Scuola.
Dopo tanti anni passati a cercare di eliminare quella stessa contraddizione in me stessa, ho capito che quella risposta era tutto quanto, messo insieme. Cercherò qui di spiegarne brevemente la rilevanza alla luce della Quarta Via e dei suoi insegnamenti.
Per un verso quella risposta era una menzogna: non erano solo i miei parenti, non erano gli adulti in quanto adulti, è in gioco il destino e l’essere dell’intero genere umano. Come macchine siamo ben congegnati, la nostra organizzazione, il nostro funzionamento è proprio costruito per evitare di vedere quello che potrebbe turbare il nostro ritratto immaginario, le nostre falle, le nostre contraddizioni, e siamo dotati di ben oliati respingenti che non hanno altro scopo se non mantenerci nell’oblio di chi siamo realmente e di come funzioniamo. Non si tratta di un “errore”, di qualcosa di accidentale, è proprio strutturale alla macchina di difendersi dalla realtà, di fuggire dal vero.Tutto in noi rema contro la possibilità di “vedere”.
Se ci osserviamo con onestà, comprendiamo allora che siamo deboli, e anche il perché: siamo frammentati, siamo interiormente scissi e lacerati, lungi da quell’unità che pretendiamo e fingiamo costantemente di essere. Non siamo, letteralmente. E come potrebbe un fantasma prendere delle decisioni reali? Avere volontà è qualcosa che sfugge a una macchina in cui si avvicendano ogni tre secondi diversi e sempre numerosi io. (Per una maggiore comprensione di questo tema, consiglio di andare a vedere i numerosi post esistenti sull’argomento, è un tema analizzato da anni in questo gruppo.Tra i più recenti: Volontà e Comprendersi).
Eppure, in quella risposta su un certo piano c’era una verità: non è così scontato Essere, e non potevo capire i termini del problema allora.
Quella risposta oggi mi sembra quasi una battuta scritta da un grande regista di teatro, che avverte il suo personaggio che occorre guardare oltre, che lo spettacolo è appena cominciato, anche se il personaggio potrà comprenderlo solo dopo molti giri di giostra.
La verità è infatti che c’è una grande differenza tra Conoscenza ed Essere.
La Quarta Via ha detto molto su questo.
Sebbene siano in relazione, Conoscenza ed Essere non sono sovrapponibili.
La Conoscenza riguarda il centro intellettuale: incamero delle informazioni utili, in maniera più o meno formatoria, ma non è detto che ciò mi conduca a modificare il mio essere. Anzi in realtà non mi porterà affatto a farlo, a meno che non decida di lavorarci su, in maniera costante e sempre nuova, e con aiuto esterno (vedi il post: come lavorare sull’essere?)
Socrate diceva che chi conosce il Bene non può che farlo. Ma quel grande saggio ed essere conscio si riferiva a chi ha portato nell’Essere la conoscenza, e non solo nel centro intellettuale.
I filantropi che pensano di aiutare l’umanità offrendole maggiori informazioni non hanno colto o non conoscono questo punto. Secondo Gurdjieff, anche semplicemente offrire il sapere a più persone comporta in realtà, in accordo a un importante principio esoterico, una diluizione del sapere stesso.
Per non cadere nello stesso errore che rinfacciavo al mondo, e non aggiungere teorie su teorie, bisogna invece fermarsi e vedere se c’è qualcosa di buono in quello che abbiamo incontrato, e metterlo alla prova. Portarlo dentro, farlo lavorare con noi, verificarlo. Non si tratta di un hobby della domenica, è un lavoro a tempo pieno. Soltanto così si potrà porre un ponte tra la Conoscenza e l’Essere. Sempre Gurdjieff: anche una sola Conoscenza, per quanto piccola, portata veramente nell’Essere, realizzata pienamente ovvero cui si è pienamente presenti, cambia quell’uomo che la incarna, fosse anche soltanto il gesto di allacciarsi le scarpe. Non è la quantità di Conoscenza che abbiamo ma la Presenza che ci mettiamo, a cambiare tutto.
“Nel lavoro devi fare sempre più di ciò che puoi; solo allora potrai cambiare.Se fai solo ciò che è possibile, resterai dove sei. Devi fare l’impossibile. Non bisogna prendere l’impossibile su una scala troppo grande, anche solo un pochino significa tanto. Questo è molto diverso dalla vita, nella vita si fa soltanto ciò che è possibile” Ouspensky
A volte sembrerà di girare in tondo, in una specie di prigione a cielo aperto, e nessun libro, nessuna nozione potrà liberarci. Posso conoscere il concetto di intervallo, ma impantanarmi in esso. Devo essere pronto al sacrificio, a lottare, a lavorare per approdare all’Essere, anche solo su una piccola cosa.
Se sono pronto a realizzare l'impossibile, quell'inferno può trasformarsi in Paradiso, con un piccolo pagamento, a volte basta soltanto rinunciare al proprio muso lungo, o ascoltare l'allodola.
Cambiare il mio stato è più importante che parlare di esso: e per concludere si può riassumere con il Maestro che la risposta non è nelle parole.
“Quando inviso alla fortuna e agli uomini,
in solitudine piango il mio reietto stato
ed ossessiono il sordo cielo con futili lamenti
e valuto me stesso e maledico il mio destino:
volendo esser simile a chi è più ricco di speranze,
simile a lui nel tratto, come lui con molti amici
e bramo l’arte di questo e l’abilità di quello,
per nulla soddisfatto di quanto mi è più caro:
se quasi detestandomi in queste congetture
mi accade di pensarti, ecco che il mio spirito,
quale allodola che s’alzi al rompere del giorno
dalla cupa terra, eleva canti alle porte del cielo;
quel ricordo del tuo dolce amor tanto m’appaga
ch’io più non muto l’aver mio con alcun regno”
Shakespeare




Commenti