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Decisioni

  • Immagine del redattore: Il Ricordo di Sé
    Il Ricordo di Sé
  • 12 lug
  • Tempo di lettura: 3 min

Chi ha compreso di essere diviso in tanti piccoli io, che inconsapevolmente e casualmente si succedono al comando della ‘macchina’, ha il problema di stabilire una procedura per prendere decisioni, piccole o grandi che siano.


Come dovrei decidere cosa mangiare per colazione, come organizzare i miei spazi, se rimanere al lavoro che faccio o cambiarlo, se intraprendere quel viaggio che promette di cambiarmi la vita o risparmiare i soldi? Quali sono le parti in me che via via sono più adatte a svolgere quel particolare compito? E, supposto che io lo sappia, come richiamarle adesso, nel momento della decisione?


Prima di risolvere questi nodi, molto deve essere osservato. Devo vedere che, nonostante un io in me conosca il giusto corso di un’azione, poi nel momento di decidere un altro io decide in tutt’altro modo, un modo che “io” avevo già stabilito essere negativo e dannoso. Devo provare l’umiliazione di verificare semza ombra di dubbio che, mentre “io” ho deciso una direzione, uno dei tanti io, al momento giusto, si dirige nella direzione opposta.


Dovrò abbandonare le piccole illusioni consolatorie a cui nessuno rinuncia: questo sarà vero per altri, ma io sono più intelligente, bravo, onesto, sincero, coraggioso, sveglio.


Come abbiamo descritto parecchie volte, il lavoro di scuola si svolge su due piani:


1) il maggiordomo si sviluppa. Una serie di osservazioni, esercizi, correttivi, porta a vedere la povertà delle nostre scelte, e gli strumenti sbagliati che utilizziamo per le nostre decisioni e azioni quotidiane e, piano piano, corregge. Ad esempio, si impara a ‘fare’ utilizzando più centri simultaneamente. A considerare insieme l’aspetto logico, quello motorio, quello istintivo, quello emozionale di un certo progetto. A rendere più ricche e degne di essere vissute esperienze che di solito vengono rigettate come banali o sgradevoli.


Posso aggiungere intenzionalità all’atto di tritare una cipolla, rendendolo un esercizio di scuola; posso cercare di rendere quel semplice piatto di pasta che sto preparando per me stesso un piatto fatto benissimo, con grande cura, dal sapore memorabile; posso, mentre porto la fuori la spazzatura, concedermi un minuto col naso in su ad ammirare una notte stellata e rendermi conto ancora una volta della scala insignificante della mia esistenza; Posso imparare a dire no laddove ho sempre detto sì per convenienza e considerazione interna; posso usare il centro emozionale per comprendere le dinamiche coi miei colleghi di lavoro, dei quali di solito non mi importa assolutamente nulla e che ora, stupiti, si sentono visti e apprezzati come esseri umani, con conseguenze impreviste sull’andamento dei progetti lavorativi.


2) Aumenta il contatto con il Sé. Incessantemente, torno a un semplice e quieto stato di presenza. Guardo ciò che ho davanti. Non mi perdo in lunghe catene di pensieri introspettivi. Non credo a tutto quello che la mia mente mi sussurra, sapendo che sono i tanti io a parlare. Mantengo il contatto con una parte in me che non muta: vede, ascolta, si adatta, risponde, agisce. Decide senza essere influenzata dalle voci che si agitano in me.

Possiamo dire che, per uno studente, ogni decisione, da quelle capitali sino a che camicia mi metto, mi siedo o mi alzo, rispondo a questa domanda o taccio, ordino birra o acqua, sono dei test, degli esami. Come nella cerimonia egizia della pesatura del cuore, vengo misurato e pesato su una bilancia e, durante la presa di decisione, il mio cuore deve essere più leggero della piuma della verità, perché se si rivelasse invece più pesante, sarei inghiottito dalla mostruosa Ammut, la Divoratrice dei Morti: il mio stesso sé inferiore.

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