L’ho visto con i miei occhi
- Il Ricordo di Sé
- 3 giorni fa
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Gran parte di quello che, per così dire, sappiamo, è appresa e creduta sulla fiducia. Nella quarta via credere senza avere avuto esperienza diretta è mentire.
Se scrivessi ad esempio in questo post che il tè ricavato da una determinata pianta è un ottimo depuratore per i reni, starei mentendo, dato che non ho sperimentato direttamente e conclusivamente il fenomeno.
Aver sperimentato di persona, sebbene necessario, non è, comunque, una condizione sufficiente.
Quale parte di me ha sperimentato? Ero ‘sveglio’ mentre assistevo al fenomeno?
È risaputo che i testimoni a un processo sono vittime dei più clamorosi fraintendimenti ed errori. Hanno ‘visto coi propri occhi’, ma ricordano in modo pesantemente soggettivo.
Facciamo un esperimento. Riportate alla memoria l’ultima volta che siete stati in un supermercato: la scorsa settimana, o ieri, o forse oggi. Visualizzate ora il momento in cui eravate alla cassa. Qualcuno era probabilmente in fila davanti a voi. Uomo o donna? Vecchio o giovane? Magro o grasso? Gentile o sgarbato? Vi ha parlato? Vi ha messo sul nastro trasportatore la barretta divisoria come segno di cortesia? E la cassiera, il cassiere? Cosa sapete dirmi di questa persona? Colore dei capelli, occhi? Il numero della cassa, almeno?
Se la polizia vi informasse che la persona in fila davanti a voi è un pericoloso criminale, sareste in grado di aiutarli a costruire un identikit?
La nostra vita trascorre nella distrazione e nell’oblio. Guardiamo ma non vediamo, vediamo ma non verifichiamo, verifichiamo ma non ricordiamo. Verificare, rendere qualcosa vero per me stesso, implica uno stato di presenza e un coinvolgimento di tutti i centri.
Normalmente si accompagna a uno stato emozionale legato alla verifica. Questo stato emozionale farà sì che la nozione entri davvero a far parte delle cose che so, e non soltanto di quelle che ho letto o sentito ma mai verificato. So cosa succede se metto troppo sale in un cibo, ad esempio. Non è solo una nozione, è un dato certo, comprovato da diversi errori, che mi hanno portato a decidere certi comportamenti, ad esempio a inventare metodi che mi garantiscano di non esagerare. So cosa succede se piantando un chiodo mi muovo in modo incauto e distratto.
Ma per la maggior parte degli eventi attorno a me, o nel passato, o previsioni di eventi futuri, spiegazioni scintifiche, ragioni psicologiche del comportamento altrui o del mio, o persino funzionamento delle ‘cose’ più comuni, come l’avanzamento delle gambe di un insetto (in che ordine le sposta? Da quale parte proviene il comando? Può aumentare, il passo, correre, come cambia direzione)? Per la maggior parte di questi fenomeni, “Non lo so” è il commento più appropriato e sincero.
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Da Walt Whitman:
Che cos’è l’erba?
Mi chiese un bambino portandomene a piene mani;
come potevo rispondergli?
Non so meglio di lui che cosa sia.
Suppongo che sia lo stendardo della mia vocazione,
fatto col verde tessuto della speranza.
O forse è il fazzoletto del Signore,
un ricordo profumato lasciato cadere di proposito,
con la cifra del proprietario in un angolo
sicchè possiamo vederla e domandarci di chi può essere?
O forse l’erba stessa è un bambino,
il bimbo generato dalla vegetazione.
O un geroglifico uniforme che voglia dire,
crescendo tanto in ampi spazi che in strette fasce di terra,
fra bianchi e gente di colore, Canachi, Virginiani,
Membri del Congresso, gente comune,
io do loro la stessa cosa e li accolgo nello stesso modo.
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Ho mai verificato, completamente, senza ombra di dubbio, senza eccezioni, che la mia macchina è una macchina? Che risponde a stimoli in modo obbligato? Che è prigioniera di spirali di stimolo-risposta? (O c’è ancora un parte dell mia macchina, magari un cantuccio isolato, magari una piccolissima porzione, di cui vado orgoglioso e sotto sotto penso che non sia ‘macchina’)?
Se anche fosse il caso che io abbia verificato di essere macchina e di non essere che macchina, lo ricordo?
E se lo ricordo, c’è qualcosa che ho deciso di fare a questo proposito?
E se l’ho deciso, lo faccio?
E se davvero considero la macchina una macchina, completa e senza speranza, ho mai assistito, visto con i miei occhi, il sorgere di una luce diversa, che non proviene dalla macchina, ma trasforma ciò che vedo in una visione sacra, lo spazio che abito in uno spazio sacro, dilatato, intensificato?
E se l’ho provato questo posto, questa dimora, cosa faccio per ritornare a casa?




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