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  • Immagine del redattoreIl Ricordo di Sé

Dire la verità.


“Io sono sincero” è quasi sempre una bugia.


Intanto bisogna saperla, la verità. Quello che invece viene considerato ‘verità’ nel linguaggio comune è l’espressione immediata e senza filtri dell’io del momento. Uno dei nostri centri riceve uno stimolo, risponde, e questa espressione viene immediatamente manifestata. Come ad esempio, seduti in un bar, ci viene portato un caffè, ne prendiamo un sorso e subito esclamiamo: “Questo caffè è orribile (o buonissimo).”


Mi considero sincero - posso anche aggiungere un’altra parola che ha un simile connotato positivo: spontaneo - per aver permesso all’io di manifestarsi integralmente e immediatamente. Con la stessa noncuranza diciamo tante cose su cui non sappiamo nulla: “Sarà un’estate molto calda”; “Le persone di nazionalità x sono y”; “Non ho mai danneggiato nessuno in vita mia”; “Quando dormo non sogno mai”; “Dev’essere bellissimo fare quella vita”, e via dicendo.


Sentirsi sinceri per il fatto di esprimersi senza filtri presuppone ignorare l’aspetto primo e fondamentale della nostra psicologia: che siamo molteplici e contraddittori. “Ti amo” adesso, ma tra dieci minuti voglio soltanto starmene in pace, il più lontano possibile da te. Quale dei due io, sentiti con la stessa forza, è la verità? A esprimerli entrambi non si può che passare per squilibrati.


La verità sul fatto che io ti ami o meno è in un pozzo profondo, che bisogna avere la capacità e il coraggio di scavare. Bisogna apprendere che la nostra macchina costruisce e inventa anche quando pensiamo di osservare oggettivamente. Una pila di vestiti in penombra, lo abbiamo sperimentato tutti, diventa facilmente un mostro. Una frase ricevuta o anche sentita da terze parti assume un significato drammatico che ci infuria - salvo, qualche settimana dopo, apprendere una nuova informazione che mette quella stessa frase in una luce diversa, la trasforma e le dà un significato completamente nuovo. Un fatto di cui siamo assolutamente sicuri si rivela all’improvviso fondato su un ricordo inventato, rielaborato fantasticamente dalla nostra memoria, come avviene regolarmente.


Quello che chiamiamo pensare è principalmente attività dell’apparato formatorio; riceviamo certe combinazioni di parole che poi introduciamo pari pari nel nostro parlare e nel nostro pensare, ma che non corrispondono ad alcuna verità compresa: “Tanto per cambiare”; “Stai sul pezzo”; “Ha rotto il ghiaccio”; “Mi faccio in quattro”: non abbiamo pensato nessuna di queste espressioni e metafore che riceviamo e riutilizziamo. Con un piccolo sforzo possiamo scorgerne altre, appena più complesse, che sono altrettanto clonate e tuttavia costituiscono fondamenta, mattoni, pilastri e architrave del nostro pensare. (Sono il nostro pensare, il contenuto della nostra mente). Con questi elementi presi a prestito costruiamo il nostro pensiero, prendiamo le nostre decisioni. Per non parlare dell’enorme quantità di informazioni e nozioni che abbiamo semplicemente ricevuto per sentito dire e che non hanno mai superato il vaglio di una verifica personale, rimanendo scorze apprese, credute, su cui fondiamo decisioni e valori, ma dipendono esclusivamente dall’area geografica, bolla culturale, famiglia, scuola, letture, cerchia di conoscenze in cui siamo capitati.

Per ognuno, la percezione è dominata dalla propria Caratteristica Principale. Chi ha Paura ha paura sempre, anche quando per altri non c’è pericolo. Chi ha Vanità è perennemente in cerca di attenzione. Chi ha Non-esistenza non vede, non assorbe ciò che gli sta intorno. Dove sta la verità all’interno di una macchina che apprende e decide in modo così unilaterale, viziato e lontano dalle cose?


Le contraddizioni più stridenti sono tenute a bada dai nostri respingenti - i meccanismi di difesa che cancellano temporaneamente una parte della macchina, per permettere a un’altra, che la contraddice, di esistere. Così, quando “Ti amo”, dimentico che non ti voglio vedere attorno, e quando non ti voglio vedere attorno, escludo dalla mia memoria il fatto che “Ti amo.” (Pensi che una follia del genere sia limitata a casi estremi e non ti riguardi personalmente? Sbagli).


Quando dico la verità, poi, raramente sono solo. Di solito la dico a qualcun altro. Che io sappia ciò che dico, per i meccanismi che ho descritto, è quasi impossibile; che l’altro sappia ascoltare, altrettanto difficile, per le stesse ragioni: l’alternarsi selvaggio in questa persona dei molti io, caratteristiche, respingenti, massa di informazioni non verificate.

La scelta delle parole, il modo, i tempi, non può essere casuale (spontanea, abbiamo detto). L’altra persona quasi certamente non capirà. Occorre che siamo presenti all’altro, che lo consideriamo esteriormente: che, come scrive Gurdjieff, applichiamo “Una conoscenza degli altri, una comprensione dei loro gusti, delle loro abitudini e dei loro pregiudizi.”

Gurdjieff continua: “La considerazione esteriore richiede un grande potere su di sé, una grande padronanza di sé.”


Fui scioccato, la prima volta che mi dissero che per ogni persona c’è un mezzo giusto per comunicare: per iscritto, di persona, a voce, con un messaggio, una lettera, e così via.

Non avevo pensato che ci si potesse adattare all’altro. Fino a quel momento esisteva soltanto il mio modo giusto di comunicare: parlare agli altri come vorrei si parlasse a me - penso ad esempio alla mia proverbiale avversione ai messaggi vocali e alla mia riluttanza al parlare per telefono - cosa che mi sembrava piuttosto equa e perfino magnanima.

Sono rimasto scioccato dal mio stesso atteggiamento, che sono gli altri che devono sempre adattarsi a me, non io a loro. Da dove viene, mi sono chiesto, questo insopportabile egoismo?


Essere presenti all’altro significa anche domandarsi: come vorrebbe che le si comunicasse questo? Devo chiamarla, organizzare un video messaggio, scrivere, andarla a trovare? E quali parole avranno speranza di arrivare? Senza offendere, senza fraintendimenti, senza digressioni, senza essere la pura espressione dell’io del momento, ma che rappresentino un piano e un’intenzione? (Ricordo ancora una volta Socrate: Che ciò che dici sia vero, sia di aiuto, sia gentile).


Dire la verità è stabilire relazioni. Con la propria macchina, con il proprio stato, con ciò che abbiamo davanti, con la persona a cui parliamo.

Quando elogiamo una spontaneità meccanica, stiamo difendendo la macchina com’è, ostacolando la possibilità di cambiare - e diventare, allora, davvero sinceri.

Esiste una fase di scoperta di ciò che si è, poi di sconcerto per ciò che si è, poi di disciplina, per nulla spontanea, poi di abbandono totale di questa disciplina (quanti, ahimè, ne rimangono legati e non vogliono più abbandonarla, poiché su questa sofferenza fatta di esercizi e rinunce hanno costruito la propria identità), poi di individuazione del proprio vero Sé, che in tutto questo tempo è rimasto, invisibile, sullo sfondo, aspettando il suo turno. Quando l’anima appare, allora si è guadagnato il diritto di essere spontanei.

Possiamo ispirarci ammirando questo autoritratto di Rembrandt; lui, sì, in grado di esprimere la verità, poiché guardava alla propria macchina dal punto di vista dei Centri Superiori.


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