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  • Immagine del redattoreIl Ricordo di Sé

Distrazione sensoriale


Ieri mi è capitato di sottopormi a un piccolo intervento, da sveglio. A un certo punto la procedura prevedeva diverse iniezioni, in punti che le rendevano abbastanza dolorose. Mentre il dottore procedeva con le iniezioni, l’assistente mi toccava in altri punti con un piccolo vibratore.


“A cosa serve quell’aggeggio?” Ho chiesto.

“Distrazione sensoriale”, è stata la risposta.


Non avevo bisogno di chiedere oltre, conosco il concetto, è qualcosa che mi ha sempre interessato. È per questo motivo che quando ci bruciamo il dito o lo schiacciamo in mezzo a uno sportello, lo mettiamo sotto a un getto di acqua fredda: non perché l’acqua sia di per sé un rimedio, ma perché fornisce uno stimolo sensoriale alternativo al dolore, e quindi lo attenua occupando una parte della nostra attenzione.

Stimolando con una vibrazione certe aree, l’assistente mi faceva in parte “dimenticare” il dolore.


Ricordo un dettaglio della vita di Enzo Jannacci - cantante e medico. Era soggetto a forti mal di testa e, quando gli capitavano prima di un concerto, indossava un paio di scarpe troppo strette che aveva appositamente comprato. Il fastidio delle scarpe funzionava da distrazione sensoriale.


Ci sono barzellette, storie, aneddoti, racconti esoterici che raccontano di esempi simili, sono certo che ognuno ne conosce qualcuno. In questo momento ho il vago ricordo di una storiella ebraica in cui un uomo, tormentato dal continuo caos, rumore e dramma causato da moglie, figli e suocera, si rivolge al rabbino per chiedergli come avrebbe potuto trovare un po’ di pace. Il rabbino gli suggerì di portarsi in casa due capre, che ovviamente aumentarono il caos. Non sono sicuro del finale, non ricordo bene, ma credo che quando l’uomo tornò dal rabbino lamentandosi che le cose andavano ancora peggio, questo gli chiese semplicemente di mandare via le capre da casa e da quel momento l’uomo fu felice. La sua situazione era la stessa dell’inizio, ma ora l’atteggiamento era di felicità, poiché confrontato con qualcosa di peggiore. (Chi non si è mai sentito dire: “Coraggio, pensa che c’è chi sta peggio”)?


Un altro aspetto dello stesso fenomeno è il processo di abituarsi. Il primo attimo del getto d’acqua quando si decide - o si è costretti - a fare una doccia gelata, è intollerabile. Dopo qualche momento diventa sempre più normale, addirittura piacevole, a volte esilarante. Poiché noi non percepiamo ‘cose’, ma contorni e differenze. La nostra percezione è principalmente un confronto. Il nostro apparato sensoriale, il ‘fante di fiori’ secondo la terminologia della nostra scuola, produce una continua scansione dell’ambiente e rileva, portando alla coscienza, soltanto quello che ‘non torna’: un cambio di temperatura, un dolore, una percezione spaziale inaspettata come quando calcoliamo male la distanza che ci separa da un bicchiere e lo facciamo cadere a terra con un movimento maldestro del braccio. È lì che dal fante, scollegato dalla nostra percezione, si passa alla regina, invece ben collegata alla nostra percezione che nel linguaggio ordinario si definirebbe ‘cosciente’: ovvero, se la temperatura nella stanza è OK, non ce ne accorgiamo; se diventa caldissima, invece, ce ne accorgiamo.


Ho già menzionato che la frase “nessuna aspettativa” che incontro ogni giorno, ad esempio nelle risposte delle persone che vogliono entrare nel nostro gruppo Facebook, mi fa sempre ridere, non posso farne a meno: poiché la nostra percezione è invece costruita su continue aspettative e funziona attraverso conferme o negazioni di aspettative. Quando sono andato a dormire ieri mi aspettavo che mi sarei svegliato. Quando ho premuto l’interruttore del computer mi aspettavo che si accendesse. Quando digito sulla tastiera mi aspetto di saper muovere le dita (di avere anche oggi delle dita, e lo stesso numero di dita di ieri, di un momento fa, proprio 10, e che il pollice sia a un’estremità e il mignolo all’altra), saper trovare i tasti, riconoscere e ricordare la differenza tra la ‘Q’ e la ‘R’. Quando digito ‘Q’ mi aspetto che sullo schermo appaia ‘Q’ e non ‘W’, tanto che non guardo neppure per controllare. Soltanto se apparisse ‘W’ mentre credevo di aver premuto ‘Q’ la mia attenzione si desterebbe, cercando di capire se si tratta di un mio errore di percezione o di qualcosa che non va nel computer.


L’essere liberi da identificazione non significa non aspettarsi, dato che siamo costruiti sull’aspettativa e su quella si basa il nostro sistema percettivo; sta nell’abbandonare in tempo brevissimo un’aspettativa, adattandosi velocemente ai segnali della realtà invece che rimanere abbarbicato a una convinzione come una cozza allo scoglio, cosa che purtroppo accade a tutti noi, continuamente.


Il momento in cui la realtà ci colpisce con qualcosa di inaspettato è il più proficuo per lo stato di Presenza.


La ‘distrazione sensoriale’ dimostra che possiamo avere atteggiamenti diversi rispetto a ciò che accade. Possiamo indignarci o non indignarci. Concentrarci sull’aspetto problematico o essere felici nonostante questo: sta a noi, è questa la parte in nostro potere.


Come alcuni sapranno, ora mi trovo a vivere in India, il che comporta continui shock culturali e un frequente stato di stupore per quello che sono abituato a considerare assurdo e invece accade sotto ai miei occhi - condizione utilissima per lo Stato.


Ieri è stata una giornata complicata. Dopo una serie abbastanza perversa di situazioni difficili, ho avuto un momento di debolezza e all’ennesima difficoltà ho esclamato il classico: “Non è possibile!”


Forse per la poca dimestichezza con quest’espressione, la persona che avevo davanti mi ha risposto con poche semplici e sagge parole: “È possibile, poiché accade. Quello che puoi fare ora è non prendertela, accettare le cose come sono e domani mattina, quando ti sarà possibile, affrontarle. Per il momento, tranquillizzati.” Poiché nulla mi impediva di essere felice in quel momento e il considerarlo difficile, insopportabile, drammatico, normale o addirittura bello era una scelta tutta mia, dipendente da quali termini decido di adottare per confronto. Il sonno mi distrae dal presente, “Io” posso distrarmi dal sonno; rifiutarmi di percepire; o abbracciare la realtà con tutto quello che porta.

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