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  • Immagine del redattoreIl Ricordo di Sé

Fiducia, serenità, buon umore

Esiste una fiducia meccanica, l’aspettativa che tutto andrà bene anche se non prendo precauzioni contro possibili avversità. Ha un nome: caratteristica di ingenuità. Questa debolezza, comune nel tipo di corpo Solare (per chi non seguisse il discorso a questo punto consiglio di ricercare qui la vecchia serie di 12 post intitolata “i tipi umani”), proviene dal non avere le parti negative dei centri sviluppate, e quindi non prevenire possibili forze contrarie: non prendere il maglione che tanto non farà freddo, non fare assicurazione sanitaria viaggiando in un paese ad alto rischio di contrarre malattie, e via dicendo.

Esiste poi una fiducia che proviene dal non indugiare inutilmente in questi ‘io’ negativi. Il mio maestro ha spiegato che se uno non impara a liberarsi rapidamente (la parola ‘rapidamente’ è chiave in molte fasi del lavoro spirituale) dalle proprie preoccupazioni e dai propri dolori, arriverà un secondo dispiacere prima che ci siamo liberati del primo, e poi un altro , e vivremo in uno stato di soffererenza continua.

Affrontare, poi passare ad altro, dimenticare mi sembra una ricetta vincente. Si potrebbe spostare leggermente la frase di Maometto che dice: “Confida in Allah, ma lega il tuo cammello”, e dire: “Lega il tuo cammello e poi confida in Allah”. Occorrerà però disfarsi delle identificazioni man mano che sopraggiungono, e questo non è uno scherzetto.

Esiste una serenità legata a circostanze esterne: (sono giovane, bello, sano, ho soldi in banca, un futuro protetto, la ragazza che mi piace ha accettato di incontrarmi stasera, e così via), ed è facile prevedere che sarà perduta col cambiare delle circostanze.

Esiste poi la fiducia del fatto che la mia vita è sorvegliata da forze superiori (se a un certo punto del mio percorso l’ho verificato; in altre parole se non è una semplice illusione ma una certezza che viene da un momento di percezione superiore), e che, benché sia utile per me e anche necessario impegnarmi a fondo in qualsiasi cosa faccia - perché impegnarsi al meglio favorisce la presenza - sono arrivato alla consapevolezza che il risultato delle mie azioni non è nelle mie mani, mai. Sono responsabile dello sforzo ma non del risultato. Questo è il modo in cui i Centri Superiori percepiscono la realtà, e se uno ricorda quelle comprensioni illumineranno i tratti più bui del nostro percorso.

Uno studente della nostra scuola parlò molto tempo fa di un rilievo greco che mostra Ercole chiamato in una delle sue fatiche a sostenere il mondo. E lo fa, coraggiosamente, contro ogni probabilità. Il mondo viene sostenuto, ma non da lui: È la dea Atena che, invisibilmente e senza sforzo alcuno, fa tutto il lavoro. Ė necessario che Ercole ci provi con tutte le sue forze; è necessario che la dea intervenga a realizzare il compito impossibile. Queste sono due facce di un’unica legge. Il risvolto piccolo, umano, individuale di questa legge è che a me è necessario che si richieda l’impossibile, dal momento che senza questa estrema scomodità le parti che è necessario si attivino nel mio essere non avranno ragione di attivarsi. Per lo stesso motivo la sofferenza di ogni tipo è necessaria all’evoluzione spirituale. Una importante differenza tra gli individui è nella reazione alla sofferenza: chi ne viene travolto e naufraga, chi si pietrifica e diventa insensibile, chi rifiuta certe esperienze e restringe progressivamente i confini del suo essere, e chi la usa per sviluppare un’anima, separandosi e utilizzando quei momenti preziosi per focalizzarsi sull’unica cosa reale, la Presenza.

Esiste il buon umore di chi ha avuto un colpo di fortuna, e quello di chi, per usare le parole del poeta conscio Whitman, non cerca buona fortuna, perché egli è la sua stessa fortuna. E un altro uomo conscio, Montaigne, scrisse che un segno sicuro di saggezza è un costante buon umore.

Non permettere agli accidenti della vita di tenere in ostaggio il prezioso senso di “Io sono.”

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