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  • Immagine del redattoreIl Ricordo di Sé

Il velo e il timer

La mia tipica colazione comprende un uovo cotto tre minuti, una fetta di pane tostato e una tazza di caffè. Dato che li preparo tutte le mattine, ho sviluppato una routine che fa sì che il caffè, l’uovo e il pane vengano pronti nello stesso momento. In quei tre minuti di attesa prendo il piatto e la tazza, preparo tutto sul tavolo. Un’operazione quasi interamente automatica, che richiede attenzione solo parziale.

Stamattina ho dovuto alzarmi molto presto per una questione di lavoro. Quel pizzico di stanchezza in più ha fatto sì che mi sia dimenticato di mettere il timer per l’uovo - e quindi improvvisare riguardo al tempo di tirarlo fuori dal pentolino.

L’energia - mentale, emozionale, fisica - segue delle traiettorie di alti e bassi dettate dalla legge d’ottava. Necessitiamo continuamente di immagazzinare energia - dormendo, mangiando, concedendoci dei piaceri, stando con amici - ogni volta che le nostre riserve sono pericolosamente vicine allo zero. In ogni momento ciascuno dei nostri centri è carico o scarico, proprio come il nostro telefono, che nel display ha indicazione del livello della batteria. Abbiamo una batteria istintiva, una intellettuale e una emozionale. Se dormo poco, sarò meno concentrato.

Quando si parla di ‘sonno’ e di ‘veglia’ si descrive spesso lo stato della cosiddetta ‘macchina’. La mia macchina stamattina non era abbastanza concentrata da ricordare di mettere il timer, ad esempio.

Questa mancanza di energia è uno degli ostacoli all’attenzione - all’essere svegli.

Quindi dormire poco è incompatibile con la presenza? Assolutamente no. Avrei potuto utilizzare proprio quello stato di attenzione imperfetta come shock per essere ancora più presente del solito - ed effettivamente, nel momento in cui mi sono accorto di aver dimenticato il timer, sono diventato acutamente presente, in un lampo. Lo stato di sonnolenza della macchina e quello di acuta presenza si sono sovrapposti, creando una particolare combinazione difficile da spiegare. Come si può essere presenti e distratti allo stesso tempo?

Questa contraddizione avviene perché consideriamo la questione dal punto di vista dei centri inferiori. Ci concentriamo su un elemento, l’attenzione, che non è il punto principale ma soltanto un sintomo, un effetto collaterale dello stato di presenza - poiché quando siamo presenti, di solito la parte più immediatamente percepibile di questo stato è la concentrazione.

Per rendere il concetto ancora più chiaro, faccio un esempio diverso. Supponiamo che io vada in palestra e faccia una sessione di esercizi particolarmente intensa e sfiancante. Eccomi accasciato a terra, esausto, senza fiato, con i muscoli doloranti. È questo un ostacolo alla presenza? Certamente no. (Ricordo uno dei miei primi intensi stati di presenza, che avvenne quando mi chiesero di tagliare la legna con l’accetta, cosa che non avevo mai fatto, e dopo qualche tempo di questo insolito esercizio fisico la testa prese a girarmi, mi dovetti sedere e, contemporaneamente allo sfinimento, ‘vidi’ tutto con una chiarezza che non mi era mai accaduta).

Se la stanchezza del corpo non pone un impedimento assoluto allo stato di presenza, possiamo allora intuire (e, mediante osservazione, verificare) che anche la stanchezza nelle altre funzioni, come sensazione, pensiero o sentimento, non costituiscono di per sé un ostacolo assoluto alla presenza. Costituiscono semmai una difficoltà in più, ma superabile. (A volte, come nell'esempio del tagliare la legna, ripuliscono la macchina dagli 'io' abituali, aprendo la strada allo stato di presenza).

Ma se la presenza non è fatta di attenzione, di che cosa è fatta?

Noi pensiamo alla presenza in termini di attenzione poiché vediamo la faccenda dal lato della macchina. La macchina, con i suoi processi automatici, non prevede che io sia sveglio. Provare a essere concentrati e attenti rimuove il ‘velo’, mi sbarazza di una serie di ostacoli che mi impediscono di accedere ai Centri Superiori. Crea silenzio interno e io posso sentirne la musica.

La macchina - il mio corpo, la mia facoltà di pensiero, le mie sensazioni e sentimenti - non può essere presente e non potrà mai essere presente. Può soltanto tranquillizzarsi quanto basta da non costituire più un ostacolo insormontabile allo stato di Presenza.

Questo stato è attento, ma in un modo diverso dalla concentrazione dei centri inferiori. Si relaziona al mondo in modo diretto. Usa le funzioni ma non è in esse. William Blake scrisse: “Vedo non coi miei occhi ma attraverso i miei occhi.”

Come si fa a comprendere questa sottile differenza? È semplice: prima si entra nello stato di presenza, e allora si capirà senza ulteriore sforzo.

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