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La presenza accompagna le azioni

  • Immagine del redattore: Il Ricordo di Sé
    Il Ricordo di Sé
  • 12 dic 2025
  • Tempo di lettura: 4 min

Oggi affronterò la questione della presenza da un punto di vista molto semplice.


Capita a tutti, credo, di rivolgersi all’aiuto di qualcun altro in momenti di decisioni difficili, di questioni complesse, di particolare confusione. “Due teste pensano meglio di una”, mi dico. “Lascia che ti parli del mio problema, magari mi puoi aiutare.”


Il fatto stesso di esporre porta ordine alla questione. Spesso il solo fatto di parlarne scioglie il nodo (in qualche modo misterioso aver scritto del lavoro spirituale per otto anni, in modo estremamente semplice, ha fatto più luce, aiutando il mio stesso lavoro - prima o poi ci si trova costretti a incontrare qualche groviglio a cui si era tentato di sfuggire).


L’altra persona propone un pundo di vista differente, offre un ritratto della situazione più completo, arricchisce le possibilità, mostra diverse soluzioni percorribili.

Tutto questo, naturalmente, non ha a che fare con il campo spirituale, ma semplicemente con il condurre ragionevolmente la propria vita. (Perché, sia chiaro, normalmente non conduciamo ragionevolmente la nostra vita).


Ognuno dei nostri centri o cervelli vede le cose in modo allucinatorio. Le informazioni che ci arrivano sono limitate e abbiamo appreso ad integrarle con molta immaginazione.


Moltissima. Queste integrazioni che ci inventiamo sono la riproduzione di forme antiche, che abbiamo appreso da piccoli e, spesso, sono ridicolmente insufficienti a cogliere il reale.

Nel centro emozionale, per fare un esempio, siamo facilmente feriti.


Cerchiamo l’approvazione altrui - ne eravamo dipendenti da piccoli. Non riusciamo a sostenere l’energia di un desiderio che proviamo, ma che non incontra approvazione sociale. Ci gonfiamo come pavoni davanti a un complimento, anche palesemente falso o ingiustificato. Nel corso di un paio d’ore passiamo da stati di euforia a stati di disperazione per via di microscopici aspetti della realtà che ci circonda, che leggiamo di volta in volta come favorevoli o sfavorevoli; spesso senza nemmeno rendercene conto. Il nostro cosiddetto stato di veglia si trova così ad essere non troppo diverso dal ‘Primo Stato’, quello che proviamo di notte, nel nostro letto.


Possiamo aggiungere l’opinione di un altro centro, ad esempio quello intellettuale: “Ma perché, quando questo succede, finisco per comportarmi in tale maniera assurda?”

Questo secondo centro offre l’opinione di una seconda testa, due pensano meglio di una. Come disse Gurdjieff: “Pensare con un centro è allucinazione; con due centri è semi-allucinazione…”


Il problema è che anche il centro intellettuale ha le sue forme antiche, che girano eternamente in tondo, ripetendosi. Ognuno ha le sue - come le evoluzioni di un ballerino, che hanno ciascuna il proprio nome: Plissé, Pas de Deux... Credo che una cosa sia vera, o giusta, quando posso sovrapporvi la mia forma abituale di pensiero. Queste forme di pensiero sono ripetitive e si applicano indipendentemente dalla questione esaminata, che sia se acquistare mele biologiche più care o quelle meno care, con pesticidi, al decidere che partito votare o se cambiare lavoro o meno. (Ad esempio, un tipo negativo sottoporrà una questione a una valanga di obiezioni. Se le supera, la cosa è vera).


Per fare ancora un esempio banale, a volte, guidando, prendo la strada sbagliata. Dopo un po’ il GPS mi dice che la soluzione migliore è tornare indietro. Ci sono altre opzioni, ma sono più lunghe. Difficilmente accetterò di tornare indietro, e sceglierò invece una di quelle più lunghe, poiché la mia macchina si rifiuta di entrare nello sgradevole stato in cui ‘ho torto’ e ammetto un errore. Tutto questo, pur sapendo esattamente e ammettendo che, appunto, ho commesso un errore. Che qualcuno, però, mi dica esplicitamente che ho sbagliato e io lo ammetta, mi fa tornare piccolo e punito.


Ricordo ancora il momento in cui ho compreso perché, nonostante parli inglese ogni giorno da decenni, ancora ho una decisa pronuncia italiana. Non perché non senta la differenza tra i suoni; non perché il mio apparato muscolare non sia in grado di riprodurre certi suoni, ma perché il mio “apparato formatorio’ rifiuta di obbedire a regole di pronuncia che non sono quelle che ho imparato da piccolo - e che si applicano però soltanto alla lingua italiana. (Lo stesso meccanismo avviene quando un cibo esotico ci mette a disagio: sovrapponiamo regole imparate da piccoli a un nuovo contesto).


Utilizzando quindi, come nel mio esempio, il centro intellettuale per limitare le follie di quello emozionale, sono incorso nella trappola del “cieco che guida il cieco.”

Due spettatori meccanici sono meglio di uno. Sono un po’ meno ciechi - ma sempre ciechi.

È grazie allo stato di presenza che posso essere testimone delle follie della macchina, e affrancato da esse.


Tò, il navigatore dice che a tornare indietro si fa prima. Sento il centro emozionale che si ribella, ma facciamolo lo stesso, e osserviamo.


Ma guarda, mi rifiuto di pronunciare questa parola come il mio amico americano. Scacciamo per un momento questo senso di rifiuto e proviamo a imitarlo, come farebbe un bambino piccolo. Vediamo come la parola esce fuori.


Lo stato di presenza - anche nei suoi livelli minimi, di attenzione appena superiore a quella che di solito dedichiamo a ciò che ci circonda - arricchisce immensamente le nostre possibilità e ci rende liberi dalle risposte obbligate in cui altrimenti cadremmo inesorabilmente. La presenza crea libertà.


Noi non siamo il nostro nome. Non siamo nessuno dei nostri centri e dei nostri ‘io’.

Acquistare familiarità con lo stato di presenza significa creare uno spazio in cui veniamo a esistere - siamo tranquillamente testimoni di ciò che ‘Sergio’ fa, e ne siamo simultaneamente liberi. Lo consigliamo: gli proponiamo cosa vedere, cosa fare, come migliorare la sua giornata. ‘Sergio’, in cambio, ci offre i suoi cinque sensi: ci fa ammirare la nuvola, odorare la rosa.


Pensaci: in una sola giornata svolta in presenza eviterò molte trappole. Mi capiteranno cose diverse. Vedrò possibilità mai viste prima. Sperimenterò il cambiamento di cui non ho mai avuto esperienza. (Persino dal punto di vista pratico, della vita di tutti i giorni, conviene).


E una vita in presenza, dove può portare?

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