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  • Immagine del redattoreIl Ricordo di Sé

Il violino come metafora

Da qualche tempo prendo lezioni di violino. Sono un suonatore tremendamente modesto: riesco a eseguire solo semplicissimi pezzetti, esercizi elementari; e anche questi, in modo molto imperfetto. Stono; la mia presa sull’archetto è incerta e limitata a movimenti base; l’agilità della mia mano sinistra è scarsa; leggo uno spartito in modo rudimentale e lento.

Dal momento che sono sulla sessantina, la mia ambizione è limitata e semplice: riuscire prima di morire a suonare qualche pezzo di moderata difficoltà senza offendere l’orecchio di chi mi sta accanto.

Gurdjieff disse che per comprendere il lavoro spirituale bisogna saper fare bene una sola cosa, anche semplice, come lucidarsi le scarpe. Attraverso quella conoscenza pratica interiorizzata si sarà in grado di comprendere ogni aspetto dell’evoluzione spirituale. Senza una conoscenza pratica, si fraintenderà.

Non so se c’è qualcosa che so fare bene. Se c’è, questa non è certamente suonare il violino.

Tuttavia i miei sforzi nel progredire mi appaiono come una metafora completa del lavoro che cerco di fare per evolvere spiritualmente.

Negli ultimi mesi ho avuto un intervallo. Prima una malattia, poi una serie di viaggi uno dietro l’altro, poi la pigrizia e infine lo scoraggiamento hanno fatto sì che non toccassi lo strumento per lungo tempo. Era sempre lì, nella sua valigetta verde accanto al letto, a ricordarmi la mia inadempienza, ma non mi risolvevo a prenderlo in mano. Il mio maestro, col quale ho un regolare contatto su Whatsapp, non mi sentiva da settimane e settimane. Certamente pensava che avessi rinunciato.

Un paio di settimane fa, una domenica, mi sono detto: “Se non lo fai oggi non succederà mai”, e ho aperto la valigia.

Il violino era, ovviamente, completamente scordato (mentre, quando lo suonavo ogni giorno, occorrevano solo piccoli tocchi per sistemarlo). Accordarlo sembrava impossibile. I pioli non stavano fermi, si allentavano appena toccati. Dopo una quarantina di minuti di sforzi frustranti, ho tirato energicamente la corda più sottile, il MI, che si è rotta, scattando come una frusta e colpendomi il labbro. Ora so quanto è dolorosa la frustata di una corda di Mi sul labbro inferiore.

Lo scoraggiamento era forte. Stavo per richiudere il tutto, quando mi è venuto in mente che da qualche parte avevo delle corde di ricambio. Le ho trovate sorprendentemente in fretta. Prima di riprovare a montare e ad accordare, ho scritto un Whatsapp al mio maestro di violino: “ciao X, riprendo in mano oggi il violino dopo lunga pausa. Vinco il disagio di essere stato 'poco bravo' e ti scrivo. La sessione è stata una debacle, il violino è scordatissimo e nel tentativo di metterlo a posto ho spezzato una corda... le ho comunque di ricambio. Cosa dici, ritentiamo?”

Mi dà appuntamento per la mattina seguente.

Ritorno all’accordatura e, finalmente, riesco. Non ho energia per provare a suonare, ho speso quasi un’ora a sistemarlo. Così la mattina dopo sono assolutamente impreparato, non ricordo neanche quello che più o meno sapevo fare.

Il mio maestro è estremamente paziente e ha un atteggiamento pragmatico. Dove vede un difetto non si irrita, ma dà con calma le istruzioni per lavorarci. Preferisce incoraggiare che sgridare, dato che così si ottengono migliori risultati. Sapendo del mio lungo intervallo, ha semplicemente girato il libro degli esercizi a pagina 1 e abbiamo ricominciato.

Nel giro di pochi giorni, il centro motorio ha cominciato a ricordare ciò che sapeva. Riprendendo gli esercizi più elementari ho anzi avuto modo di correggere certi difetti. Due giorni fa ho preso in mano un pezzo, uno di quelli che ‘sapevo fare’, e l’ho suonato, a prima lettura, meglio di come avessi mai fatto. Il che mi ha reso allegro per l'intera giornata.

Tornare indietro alle primissime basi mi ha permesso di lavorare su aspetti dell’A B C che avevo trascurato la prima volta che li avevo affrontati. Li avevo trascurati per due motivi:

- Troppe informazioni insieme. Non riuscivo a lavorare su tutti gli aspetti contemporaneamente. Se mi concentravo sulla mano destra, perdevo quella sinistra. Se mi concentravo sull’intonazione delle note, perdevo la dolcezza e precisione del movimento dell’arco che produce un ‘bel suono’.

- Le mie caratteristiche. Il provare a suonare una semplice scala rivela tutti gli aspetti e limitazioni della mia macchina.

La tastiera del violino è una sfida continua. È liscia, non ha tasti, come invece la chitarra, che suonavo da ragazzo. Basta quindi sbagliare in avanti o indietro di un millimetro per stonare. Questo di per sé è un deterrente all’inizio, quando si pensa per mesi “Non ce la farò mai.” La mia caratteristica di vagabondo tende a studiare senza troppa precisione sull’intonazione, e questo poi si sente quando eseguo il pezzo. Capita che lo registri, e risentendolo, non dovendo concentrarmi su tutti gli aspetti, sento tutte le stonature e la caratteristica di vanità si inorridisce. Passo quindi qualche giorno a correggere l’intonazione, e nel tentativo divento rigido con la mano destra e il suono si imbruttisce.

Riguardo all’intonazione il mio maestro mi ha detto due cose interessanti:

- Ciò che si impara nella mano destra, i movimenti dell’archetto, sono conquistati; una volta appresi rimangono in memoria, sono acquisiti. Mentre la precisione della mano sinistra nell’intonazione non è mai acquisita, mai scontata: si deve riguadagnare giorno per giorno, nota per nota (come lo stato di presenza, ho pensato). E davvero lo sforzo di essere intonati è implacabile e incessante, vedo come si possa mantenerlo magari per cinque minuti per poi perderlo in una frazione di secondo; mantenerlo per tre note e poi perderlo nella quarta. L'attenzione in questo caso deve essere continua e incessante, secondo per secondo. E non cesserà mai di essere necessaria, non importa quanto bravi si sarà diventati.

- In realtà anche i musicisti esperti stonano, ma la differenza tra i musicisti sta nella velocità con cui correggono il suono - in una frazione di secondo spostano impercettibilmente il dito correggendo l’errore. Sanno percepirlo, sanno correggerlo in un lampo (di nuovo, come la presenza, ho pensato).

Benché alcuni esercizi siano decisamente troppo complicati per me, nessun esercizio è troppo semplice. Anche semplicemente passare l’archetto in modo piano e lento sulle corde vuote presenta innumerevoli sfide. Ho imparato che più mi concentro su elementi semplici, più progredisco.

Ho imparato delle molte tensioni del mio corpo, dato che queste, implacabilmente, si riflettono sul suono. Ho imparato che più mi identifico sulla precisione delle note suonate con la mano sinistra, e più nel frattempo il braccio destro si sarà contratto, creando un suono sgradevole. Ho imparato che bisogna scivolare, non premere. Che la spalla deve essere rilassata, il braccio semplicemente premere ‘cadendo’ col suo peso naturale. Ho imparato che ciò che dovrebbe essere naturale mi è innaturale.

Ho imparato il rispetto per chiunque sappia suonare meglio di me (finora, tutti). Ora so che ogni semplice suono riflette un lungo lavoro. Ho appreso un enorme rispetto per chi ha inventato il violino, questa geniale, perfetta macchina armonica che sottintende la conoscenza di leggi, un senso sottile delle vibrazioni, e permette all’anima di esplorare la realtà senza pensiero, ma con impulsi motori ed emozionali. Ho imparato che, chissà in base a quale legge, un violino nuovo che si prende a suonare quotidianamente, si ‘apre’, il suo suono migliora e diventa più caldo con l’uso, indipendentemente da chi lo suoni. Ho appreso che dentro la cassa del violino c’è un legnetto, un semplice perno cilindrico che è responsabile di trasmettere le vibrazioni e senza il quale lo strumento non avrebbe il suo suono caldo e meraviglioso, e che questo legnetto si chiama anima. Ho imparato il rispetto ancora più grande per chi ha concepito la musica, la scala musicale, questa architettura conscia di portata infinita, di cui mi è stato concessa l’enorme e immeritata fortuna di percorrere i primi due o tre scalini alla base.

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