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  • Immagine del redattoreIl Ricordo di Sé

L’accidente e il ‘Play’


Poiché le circostanze della mia vita mi portano a situazioni bizzarre e a volte surreali, mi trovo ultimamente a ripensare al mio passato, ai miei anni d’infanzia ad esempio, e a scoprire come determinate esperienze abbiano portato a un certo modo di pensare o di vivere.


Per fare qualche esempio, dato che sono figlio di immigrati, ho sempre avuto pochi problemi a cambiare residenza: (avendo perso ‘casa’, tutti i posti possono essere casa, e allo stesso tempo nessuno lo è, nemmeno quello in cui sono nato, poiché spostandomi sono cambiato e non mi riconosco nei miei compaesani), mentre noto nella maggioranza dei miei connazionali una resistenza allo spostamento che si può sintetizzare in un “Ma chi me lo fa fare?”.


Poiché ho imparato a leggere e scrivere molto presto, e quindi una volta iniziata la scuola mi annoiavo, il mio rapporto con lo studio ha preso una piega particolare e distorta, che perdura anche oggi che il tempo della scuola è finito da un pezzo.


Nel centro motorio, se qualcuno si frattura un piede, corre il rischio di una postura scorretta per tutta la vita, di ‘continuare a zoppicare’ anche dopo anni, poiché il sistema nervoso ricorda il trauma e non ha registrato segnali che il problema sia terminato; e così via.


Le circostanze della nostra vita - o meglio l’incontro della nostra specifica essenza con le circostanze della nostra vita - ci conducono a pensare come pensiamo, ad avere le opinioni che abbiamo. Creano delle saldature, dei marchi a fuoco nei nostri neuroni, ‘fondono’ atteggiamenti che diventano permanenti - costanti nel nostro comportamento e reazioni.


Gran parte di queste circostanze sono accidentali. Si tratta delle stesse semplici catene di eventi che indovino quando incontro, che so, un cane per strada. Trema, tiene la coda tra le gambe, guarda con gli occhi in su dal muso basso, desiderando, ma anche temendo, un contatto? È stato picchiato. È aggressivo, ringhia? Qualcuno gli ha insegnato che esiste un territorio da difendere. Mi si butta addosso e mi lecca? Ha avuto contatto con esseri umani da molto piccolo. E via dicendo.

Gli stessi meccanismi si applicano a noi esseri umani, con sviluppo appena più complicato, neanche di tanto. Ho sentito dire: “Sono chirurgo, per me non è difficile visualizzare l’uomo come una macchina.” “Ho problemi di attenzione, l’idea che siamo fatti di molti io mi è molto chiara”. “Da quando è morta una persona cara comprendo la forza e il valore del centro emozionale.”


Oggi mi è chiaro che gran parte delle mie opinioni, del mio modo di pensare, è accidentale. Posso osservare gran parte delle mie idee allo stesso modo in cui osservo il cane timido che teme di essere picchiato.

Riconosco alcune cause esterne che mi hanno indirizzato, accidentali. Riconosco anche delle cause, per così dire, interne, altrettanto casuali. La mia essenza, ovvero il mio tipo di corpo, la mia caratteristica principale e il mio centro di gravità (invito chi non conosce bene questi termini ad andarli a ricercare nel nostro gruppo).


Queste cause interne (interne alla macchina) sono quindi anch’esse accidentali. Sono venusiano, potevo essere marziale. Sono centrato istintivamente, avrei potuto essere un centro emozionale. Sono un ‘Re’, poteva capitarmi di essere un ‘Fante’.

O forse no?

Dietro il velo di circostanze accidentali, scorgo altri ordini di leggi.

Davvero potevo essere marziale invece che venusiano? Non è forse ideale che mi trovi in questo determinato tipo di macchina, che abbia incontrato quelle specifiche circostanze, imparato le lezioni che ho imparato? Ripensando alla mia vita, posso interpretarla come una catena di eventi necessari e ben congegnati.


Innanzitutto, ora so che il “Centro magnetico” (Di nuovo, cercate qui se non conoscete) era attivo fin da quando ero molto piccolo, e mi ha portato a fare scelte chiave che hanno indirizzato la mia vita e portato a incontrare una scuola. La stessa circostanza citata di essere figlio di emigrati, e in seguito la propensione a viaggiare, mi ha avvicinato fisicamente a una Scuola. L’elenco di tendenze e circostanze potrebbe essere lungo, pagine e pagine di dettagli che qui non vale la pena elencare, non sono importanti. Ma l’unica interpretazione degli eventi della mia vita che trovo ragionevole sottintende due elementi che trovo straordinari:


1) fin da piccolo cercavo la Presenza, e una Scuola. Questo implica che in qualche modo qualcosa di me ha vissuto prima di questa vita, e ha sviluppato esperienze che mi hanno portato in questa direzione. La precisione e l’insistenza delle mie scelte giovanili, pur condotte alla cieca e senza che allora me ne rendessi conto, non mi lascia dubbi. Sono nato già ‘caricato a molla’, e questa molla è ciò che il mio maestro ha definito “Una tendenza permanente ad evolvere.” Pur non ricordando il passato, queste comprensioni passate hanno impresso una direzione che, fin da subito ho inseguito (tra molti errori e con molta confusione, alla cieca), perché non potevo fare altrimenti.


2) La mia vita appare come un copione incredibilmente ben congegnato, con molte circostanze che, con lievissime differenze, avrebbero prodotto altri esiti e con innumerevoli coincidenze sorprendenti. Questo implica che quello che il mio maestro chiama il ‘Play’, il copione, il dramma appunto, dato che è stato scritto e così ben congegnato, ha degli autori. Sono quindi, come dissero Epitteto e Shakespeare, un attore su un palcoscenico. La mia vita, i dialoghi, Le svolte impreviste nella mia storia personale, le parole che pronuncio o scrivo, incluse quelle di questo post, sono scritte da una forza superiore e io sono semplicemente quello a cui oggi tocca interpretarle. Solo una scelta ho, riguardo a quello che mi capita: viverlo con presenza.


Acquisendo il contatto con una scuola sono entrato in un corpo superiore, come un batterio entra nel corpo umano e comincia a farne parte; in una sfera di influenza dove l’accidente ha lasciato il posto a un piano. I dettagli di questo piano mi sono in parte sconosciuti, ma ho imparato a vivere con maggiore fiducia e con un senso del sacro per tutto ciò che mi si para davanti agli occhi, fosse pure un insignificante animaletto su un cespuglio, una scritta su un muro, le parole di una canzone alla radio mentre al bar sorseggio un caffè, il silenzioso invito ad andare a visitare un certo posto, o il dire di sì a una richiesta apparentemente impossibile o poco logica (come fu quella di iniziare questo gruppo Facebook).

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