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L’Essere e i suoi travestimenti

  • Immagine del redattore: Il Ricordo di Sé
    Il Ricordo di Sé
  • 20 ago 2025
  • Tempo di lettura: 4 min

Ho conosciuto per caso, l’altro giorno, il paradosso greco detto della Nave di Teseo.


Teseo ha una nave, che solca il mare per molti anni. Di tanto in tanto deve cambiare qualche parte rotta o usurata: un albero si spezza e va sostituito, una vela consunta viene strappata da un vento forte, diversi legni della poppa vanno rimpiazzati per l’urto contro uno scoglio. Dopo un tempo molto lungo, arriva il momento in cui nella nave di Teseo non c’è più un solo pezzo originale, che fosse presente quando fu costruita.


Si tratta allora della stessa nave o di una nave diversa?


Viene da pensare subito all’analogia col corpo umano, non è vero? Da quando sono nato, le mie cellule sono cambiate molte volte, non c’è certamente più un solo ‘pezzo originale’.

Inoltre, i miei gusti (mi piaceva la mela acerba, e ora no; odiavo l’odore dei funghi, e ora mi piacciono tanto…), desideri, opinioni, e via dicendo, sono radicalmente cambiati.


Esiste qualcosa nel mio corpo che possa attestarne una continuità di identità, dato che tutto il ‘materiale’ è cambiato?


A livello fisico, possiamo pensare alla doppia elica del DNA. Da questo punto di vista, l’Informazione in esso contenuta è gerarchicamente più importante del materiale che di volta in volta viene in essere, per poi venire sostituito: le cellule del mio corpo.

Possiamo allora dire da questo punto di vista che il mio corpo è l’esecuzione di un’istruzione, profezia o comando contenuto nel DNA. Questa istruzione descrive la parabola del mio corpo nel tempo, arrivando forse a definire il periodo in cui morirò e la malattia che mi porterà via.


Ma una profezia o un comando ci fanno subito cercare chi ne è all’origine, quale profeta o comandante (forse perché siamo abituati a pensare in questo modo, forse perché è così).

Nel caso della nave possiamo dire che la sua identità più alta è Teseo stesso. È stato lui a costruirla, lui ha posto del personale per navigarla e mantenerla, e questo personale, quando ce n’è bisogno, sostituisce un pezzo, rivernicia il pontile.


L’identità della nave si colloca a un livello più alto della sua materia.


Teseo ha costruito la nave con il materiale a sua disposizione. Se l’ha costruita ad Atene, ha utilizzato il legno degli alberi ateniesi; se l’ha costruita nell’isola di Paros, sono quegli alberi ad essere stati utilizzati.


Un essere è l’incontro tra una intenzione originale e la materia che si trova ad essere disponibile in quel luogo e momento.


La Nave di Teseo pone (come l’incontro tra il Bruco e Alice, o quello tra Ulisse e Polifemo, tra l’Amante e l’Amata in Rumi, e moltissimi altri nella letteratura e nel mito) il problema dell’identità. La domanda è sempre: Chi sei tu? Chi sono io?

E la risposta comincia quasi sempre con l’elenco di ciò che non siamo. Perché siamo abituati a vivere col nostro senso di identità ben piantato in ciò che è transitorio e irreale; nei legni della nave, che si spezzeranno e consumeranno.


Eppure lo sappiamo che, dietro a questi, c’è qualcosa di nascosto, permanente, eterno, inesauribile, che li ha generati. In me c’è ‘qualcosa’ che, come Teseo, è entrato in una foresta e ha scelto gli alberi da tagliare per costruirmi.


Non bisogna lasciarsi ipnotizzare dalle forme. Ciò che chiamiamo ‘vita’ è una forma di teatro - mutevole, affascinante, ma dalla realtà limitata.

Esiste una forza, talvolta percepibile come una scintilla all’interno di questo o quell’essere - che spinge tutto e tutti verso qualcosa.


Penso a quei filmati scientifici che mostrano un neurone che agita i suoi tentacoli protendendosi fino a che non trova un compagno a cui allacciarsi, esattamente come un germoglio sotterraneo che fuoriesce da un seme spinge fino a bucare il terreno e trovare la luce. Penso a quel bellissimo e struggente documentario, “My Octopus Teacher”, dove un polpo si avvicina a quello che ormai è il suo amico umano e, toccandolo, ne scopre il cuore, ne sente il battito, e si appoggia ad esso indugiando ad ascoltarlo (si tratta di molto di più di un rumore, lì c’è la sorgente dell’essere; molto di più di un contatto fisico, ma un risuonare di anime).


Se sulla terra non ci fossero queste forme vegetali e animali, ce ne sarebbero altre. Le forme individuali non sono importanti; dipendono dagli alberi che Teseo ha trovato nella foresta. (È affascinante studiare come, in quelle regioni isolate dove lo sviluppo delle specie animali si è differenziato, ci sia sempre una specie che fa ‘lo stesso lavoro’ di un’altra completamente diversa in altre zone; ad esempio la natura ha bisogno di un grosso essere volante che mangi la frutta dagli alti alberi; che sia un uccello, un pipistrello o altro, non importa, questo lavoro si fa con quello che c’è).


La forza che forgia queste forme, invece, è una. È la consapevolezza.

Walt Whitman:


“Se non ci fosse niente di più progredito, basterebbe la vongola nella sua dura conchiglia.”

Il nostro senso di identità dipende dalla parte su cui siamo sintonizzati.

Alice risponde alla domanda del Bruco dicendo: Non so chi sono, sono cambiata così tante volte da stamattina.”


Ulisse risponde alla domanda di Polifemo accecato: “Chi è stato?” “Nessuno.”


Rumi fa bussare l’Amante alla porta dell’amata. “Chi è?” “Sono io.” E viene respinto. Una volta, due, tre. “Chi è?” “Sono io.” FInchè l’amante comprende: “Chi è?” “Sei tu.” E viene lasciato entrare.

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