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Raffinare il pensiero

  • Immagine del redattore: Il Ricordo di Sé
    Il Ricordo di Sé
  • 12 lug
  • Tempo di lettura: 4 min

Ognuno di noi chiama ‘pensiero’ degli insiemi di procedure diverse, in gran parte inconsapevoli.


Una delle funzioni del pensiero è narrare, ovvero collegare impressioni attraverso storie. Sento un rumore nell’altra stanza, vado a vedere, noto una tazzina rotta sul pavimento e il gatto immobile, che mi guarda con espressione insolita. “Quel briccone ne ha fatta un’altra delle sue.”


Il pensiero manipola simboli in modo estremamente complesso, e questa capacità ha da sempre offerto alla specie umana uno straodinario controllo sull’ambiente. Uomini intelligenti hanno saputo prevedere il comportamento degli animali per cacciarli e, in seguito, aggregarli agli insediamenti umani per assicurarseli come fonte di cibo; hanno inventato utensili, scoperto il principio del fuoco e i modi di mantenerlo e ricrearlo; creato lettere, parole, numeri; imparato a leggere la realtà e narrarla; osservato il cielo e compreso il ciclo delle stagioni, delle lune, saputo prevedere eclissi, calcolare la dimensione del pianeta, inventare poemi, costruire templi, riprodurre la realtà, sia fisica che simbolica, lavorando su pietra o colori. E via dicendo. L’intelligenza è il fiore all’occhiello della specie umana.


Gran parte del pensiero umano è verbalizzato, ovvero usa come ‘mattoni’ delle parole.

C’è chi conosce 3000 parole e quindi potrà soltanto costruire degli edifici concettuali piuttosto rudimentali; e chi 60.000, innumerevoli mattoncini con cui può edificare cattedrali di pensiero.


In alcuni il pensiero è un semplice servitore di qualcuna delle altre menti: quella istintiva ad esempio, o quella emozionale. Il centro istintivo, ad esempio, può facilmente costringermi a pensare che il mio gruppo di appartenenza sia meglio degli altri, la mia religione o sistema di valori gli unici in possesso di verità, la mia famiglia più degna di considerazione delle altre famiglie - sono tutte estensioni del senso che la mia personale sopravvivenza sia la priorità assoluta. Il mio corpo prima di ogni altra cosa: la ragion d’essere del centro istintivo.


Ci sono molti mandanti invisibili in noi che creano e indirizzano i nostri pensieri. Anche le caratteristiche forgiano in modo formidabile il nostro modo di pensare. Quando più persone discutono un possibile progetto (può essere una pianificazione complessa, o una cosa semplice come decidere dove andare a cena), chi ha occhi aperti può accorgersi che ogni partecipante alla discussione non vede certe alternative. Queste non vengono prese in considerazione, rimangono realmente invisibili alla persona, perché in conflitto con una sua caratteristica - chi ha paura non prenderà in considerazione certi scenari perché troppo rischiosi, chi ha dominio altri perché situazioni in cui non avrebbe controllo, chi ha potere perché altri avrebbero in mano decisioni che nella sua mente possono essere solo sue; chi ha vanità non ‘vede’ possibilità che non lo mettono in luce. Se questi scenari invisibili vengono proposti da qualcun altro, la reazione sarà: “Ma non ci penso proprio!”


Le caratteristiche sono anche responsabili degli ‘io di giudizio’. Le persone che non condividono i miei tratti caratteristici saranno giudicate: stupide, cattive, rozze, malvage, e via dicendo. La capacità di empatia, che è frutto della collaborazione delle parti più alte del centro intellettuale e di quello emozionale, è rarissima - anche nelle persone che credono di possederla. SIamo tutti vittime di un’enorme quantità di pregiudizi. Persino nella scena della tazza rotta e del gatto che ho menzionato prima, così apparentemente univoca e sperimentata personalmente, vista coi propri occhi, c’è spazio per il pregiudizio. Forse è stata una folata di vento a far cadere la tazzina, oppure un altro gatto entrato dalla finestra e subito scappato via - e il mio gatto è stupito dell’evento quanto me. Le narrazioni, il filo con cui colleghiamo delle serie di impressioni separate, sono delle interpretazioni (che, a saper osservare, ci assomigliano sempre). Ognuno di noi ha un repertorio limitato di ‘storie’ che applica a tutto: da come leggere il menu di una pizzeria a come trattare le proprie finanze o la relazione col partner.


Molti, quasi tutti in realtà in un modo o in un altro, sono vittima di quella forma rudimentale di pensiero che viene da quello che Gurdjieff chiamò ‘formatorio.’


Questa forma di pensiero talmente semplificato da essere più un ostacolo che uno strumento nell’interpretazione della realtà, attraversa tutti gli aspetti della nostra vita.

L’apparato formatorio è il pensare dal ‘fante’ del centro intellettuale. Il fante può seguire soltanto delle routine prestabilite, eseguire dei compiti ripetitivi, non ha capacità creativa. Usa, appunto, pensieri già formati: frasi fatte, gergo, proverbi. Vede solo il sì o il no, il sei con me o contro di me, il faccio o non faccio - non riesce a vedere delle rose complesse di alternative, delle sfumature, dei comportamenti strategici come quelli di un giocatore di scacchi che, prima di muovere la torre, esamina un numero di future situazioni possibili e i loro vantaggi e svantaggi.


Per molti il ‘pensiero’, nelle sue forme più rudimentali, è un continuo commentario, una voce interna che narra e verbalizza tutto ciò che accade. Non c’è un minuto della propria vita in cui questa voce faccia silenzio, la smetta di fabbricare storie, ripetere e ripetere spiegazioni, in modo ripetitivo fino ad essere un ciclo di pensieri identici, un ingranaggio inarrestabile.


Lo stato di presenza è, in parte, associato con l’arrestarsi di questa voce che commenta. Occorre essere più liberi da queste forme di pensiero che ci nascondono la realtà e ci tengono agganciati a un mondo illusorio (Rilke: “Di casa nel mondo interpretato, non diamo affidamento”).


Pensare quando serve pensare; non pensare quando non serve. Liberare il pensiero dalle cattive abitudini. Essere curiosi, sperimentare, abbracciare altri approcci anche soltanto come test. Osservare i pattern del nostro pensare, le ripetizioni, i metodi che usa di solito, e domandarsi: “Questo mio modo di pensare potrebbe essere inefficiente, nascondermi certi aspetti? Come posso migliorarlo, variarlo, esternderlo, raffinarlo?”


Un pensiero raffinato è spesso espresso concisamente, senza lungaggini o sbavature. Viene da osservazioni ed elaborazioni personali. È in grado di leggere somiglianze e differenze; le implicazioni date da ripetizioni e assenze di ripetizione (famoso il caso di Leonardo che, osservando gli anelli di un tronco d’albero, comprende che ogni anello deve rappresentare un anno di vita della pianta, dato che le stagioni impongono una struttura diversa al legno). È privo di enfasi e fanatismo, e disponibile ad essere rivisto. Cambia e si aggiorna col cambiare delle circostanze. Chiede aiuto alle altre menti, chiamandole tutte a collaborare: Istintiva, emozionale, motoria.


Possiamo lavorare simultaneamente su due fronti. Un pensiero pulito, raffinato, sgombrerà la strada da diversi ostacoli alla presenza. Su un altro fronte, lo sperimentare sempre più momenti di presenza, sempre più prolungati e intensi, aggiusterà ‘dall’alto’ i difetti più tipici del nostro pensare soggettivo.

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