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  • Immagine del redattoreIl Ricordo di Sé

l'immaginazione come respingente

Molti anni fa, quando ero uno studente ai primi passi, prima dell’era dei cellulari, fui invitato a osservare cosa accade durante il piccolo rito del ‘caffè e occhiata al giornale‘ al bar.

E mi vidi. Mi vidi sprofondare improvvisamente in un precipizio di immaginazione; mi vidi godere del perdermi in informazioni di cui non mi importava nulla. Anche il mio scegliere le notizie, passare da un argomento senza importanza a un altro argomento senza importanza, le parti che leggevo e le parti che saltavo, era interessante. Vidi come è costruito un giornale, di come titoli e argomenti creino una rete dedicata soprattutto a sollecitare e incuriosire le regine dei fanti (oggi è molto peggio).

La mia pausa caffè consisteva di dieci minuti di immaginazione profonda.

Perché lo faccio? Mi chiesi.

Volevo sentirmi bene per qualche minuto. Prendere una pausa dalla tensione del mio lavoro. Ecco che improvvisamente mi scoprivo a fare qualcosa per cui prendevo in giro altri, quando dicevano “Ho una giornata faticosa, la sera mi siedo davanti al televisore e voglio qualcosa di leggero, poco impegnativo.” Avevo sempre pensato che quella fosse una debole scusa per permettere a se stessi di abbrutirsi, ma ecco che ora scoprivo di fare esattamente lo stesso.

Oggi, in un’epoca completamente diversa, la situazione è peggiorata enormemente. Io stesso passo lunghi periodi col cellulare in mano. Email, whatsapp, Twitter, Facebook. Messaggi di lavoro si mescolano ad

auguri di compleanno, alle note che ricordano di comprare pane e insalata, alle domande spirituali sulla presenza. La sollecitazione alla distrazione è enorme. Siamo spinti a vivere periodi prolungati di sole esperienze virtuali. Non sono tanto gli argomenti che uno sceglie, ma è il metodo di saltare velocemente da un argomento all’altro e di fare più cose contemporaneamente che uccide la presenza.

Ho poi notato in me un interessante respingente: quando vivo un momento di particolare tensione, apro il telefono e mi metto a controllare Facebook, o le email. Avviene in modo completamente automatico e, direi, con una velocità furiosa.

Che c’è di male? Che lo faccio per sfuggire alla realtà, non per parteciparvi. E, che non lo faccio, ma 'si fa' in modo non voluto e del tutto automatico.

Sino ad ora ho descritto l’immaginazione come una droga passiva, il sognare per mancanza di sforzo attivo ad essere presenti. Ora vorrei sottolineare il suo aspetto di droga attiva, di narcotico che viene utilizzato dalle parti della macchina che vogliono risparmiarsi momenti di verità che sentono come faticosi o spiacevoli.

È qui che esercizi come quello di fare una cosa per volta diventano salvavita. Questa settimana ho dedicato tutti i miei post all'immaginazione; e proprio mercoledì scorso, col suo abituale tempismo, il mio maestro ha detto: "La libertà dall'immaginazione è la sola reale libertà."

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