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  • Immagine del redattore: Il Ricordo di Sé
    Il Ricordo di Sé
  • 12 gen
  • Tempo di lettura: 4 min

La quarta via definisce il mentire come ‘il parlare di ciò che non si conosce.’


Questa definizione contiene un ammonimento a verificare tutto, a rendere vera una nozione per noi stessi, osservare imparzialmente e in modo diretto.


Qualcuno l’altro giorno ci ha chiesto in un commento cosa veramente ha dimostrato Gurdjieff. Niente, abbiamo risposto; non si tratta di dimostrazioni analoghe a quelle che risolvono un problema di geometria. Si tratta di inviti a vedere se nella nostra realtà queste affermazioni si rivelano vere oppure no.


Noi affermiamo ad esempio, con Gurdjeff e molti altri che lo hanno sia preceduto che seguito, che l’uomo è frammentato in numerosi ‘io’. Leggere di questa idea e non interrogarsi se abbia una qualche realtà, rende impossibile seguirci e comprendere ciò che scriviamo.


Possiamo averlo verificato per noi stessi, ed esserne quindi convinti; possiamo essere in uno stadio di esplorazione per cui non ne siamo sicuri, stiamo facendo degli esperimenti, provando a indagare; possiamo anche magari aver avuto una qualche prova del contrario, e in quel caso smetteremo di leggere chi insiste a dirci che siamo divisi.


In un ambito di scuola la nostra relazione con un’idea è viva e dinamica. Non è come un interruttore, acceso o spento, sì o no, la so o non la so. La mia comprensione della divisione di un essere umano in molti io evolve di giorno in giorno, assume aspetti nuovi col crescere della mia esperienza.


Un’idea è come un bosco: si può conoscerne soltanto il nome, farsi un’idea della sua forma sulle mappe nel telefono, visitarlo una volta, tante volte, addentrarsi sempre più, perdersi nei suoi angolini, dormire qualche notte in tenda in una sola delle sue radure, dormire molte volte in radure diverse; infine, costruirisi una capanna e viverci per sempre.


Chi ci legge da più tempo avrà forse notato come ci relazioniamo rispetto alle informazioni che forniamo in questa pagina - ovvero alle informazioni che una scuola decide di dare al mondo esterno ad essa.


In questo gruppo sentiamo la responsabilità di comunicare correttamente, sappiamo che ciò che esterniamo avrà conseguenze. Esistono idee che sono per chi scrive fatti verificati. Ne esistono altri di cui abbiamo letto, ma non sperimentato, e in quel caso usiamo espressioni come: “la teoria dice che…’


Se non sappiamo, non esitiamo a dire ‘non lo so’. Se non siamo sicuri, ‘non sono sicuro.’

Esistono infine affermazioni che il nostro maestro ha fatto e, specialmente se la nostra relazione con quell’idea è ancora esplorativa (ma non solo in quel caso), scriviamo: “Il nostro maestro ha detto che…”


Le affermazioni che depositiamo in questa pagina, se non vengono da te verificate, rimangono chiacchiere da bar - a prescindere se all’origine siano vere o meno.


Uno studente dice “L’uomo è diviso in molti io”, perché è una vita che osserva il fenomeno. Qualcuno lo legge qui, gli piace l’idea e ripete la stessa definizione a sua moglie, o ne fa a sua volta un post su Facebook. Pur copiando le stesse frasi, siamo passati da verità a chiacchiera, dal riportare esperienza al mentire.


Inutile specificare che siamo sottoposti a una quantità enorme di menzogne, ogni istante.

Quando abbracciamo una di queste menzogne diciamo che ‘siamo in immaginazione’ rispetto a una certa idea.


L’immaginazione, ne abbiamo scritto tanto, è il susseguirsi selvaggio, automatico e incontrollato degli io. Nel momento in cui crediamo a uno di questi, ‘siamo in immaginazione’ rispetto alla realtà, ovvero ci stiamo facendo idee sbagliate.

Se uno non è presente, questo è inevitabile.


Diventiamo quindi menzogna noi stessi, e strumento di trasmissione della stessa.

Ho già raccontato di un episodio in cui, come avviene spessissimo, qualcuno posta su Facebook citazioni false. Scrive frasi copiate da Internet, mettendoci sotto una firma qualsiasi Shakespare, Confucio, Nietzsche, Lincoln, e via dicendo.


Noto spesso queste attribuzioni false, che spesso presentano caratteri di comicità, in quanto il presunto autore usa termini che nel suo tempo non erano pensabili o, ancora più comunemente, dice banalità che stridono con la grandezza dell’autore.


Vidi un racconto che era firmato Lewis Carroll e che proveniva, così era scritto, da Alice nel Paese delle Meraviglie. Interamente falso: conosco il libro bene, l’ho studiato in dettaglio, principalmente perché l’autore è stato indicato come essere risvegliato dal mio maestro.

Arrivai fino a scrivere in privato a chi lo aveva postato, e ne nacque una conversazione polemica. Alla fine mi disse che non importava se fosse autentico o no; era talmente bello che il suo significato trascendeva la firma di questo o quell’autore.


Dal momento però che mi è capitato di frequentare il ‘bosco’ Lewis Carroll, e di conoscerne la grandezza, personalmente rimanevo sbigottito da quella sfilza di banalità e non potevo fare a meno di pensare che qualcuno, leggendolo e non conoscendo l’autore, potesse davvero pensare che il testo fosse suo, e allora i casi erano due:

- O, come ha fatto chi lo ha postato, avrebbe scambiato delle banalità per insegnamenti profondi

- Oppure, avendo più senso per la verità e profondità, avrebbe riconosciuto quelle idee come banali e concluso che Carroll non è un autore interessante.


Vedete come in questo caso, che io sappia di mentire e pubblichi un testo falso, oppure che io lo creda autentico e lo pubblichi a fin di bene, il danno rimane uguale. Anzi, è peggiore se sono in buona fede, in quanto includo me stesso tra gli ingannati. Tutti quelli che copiano e incollano questa affermazione falsa sono ugualmente responsabili. Direi quasi che più lo fanno con leggerezza, maggiore è il danno.


Anche l’immaginazione è un bosco, anzi, una ‘selva oscura’, in cui è quanto mai facile smarrire la diritta via.

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