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  • Immagine del redattoreIl Ricordo di Sé

la caratteristica di non esistenza

“Cercate di comprendermi. Voi non esistete”, disse una volta Gurdjieff a uno dei suoi studenti. Forse non è subito facile capire cosa intendesse.

Da buon venusiano, ho anch’io la mia parte di non esistenza. È una forma di passività in relazione alle impressioni. Queste entrano, ma non trovano ‘nessuno in casa’ e non colpiscono direttamente, ma vanno a perdersi in una specie di nebbia ovattata.

Mi ci sono voluti tantissimi anni per comprendere che posso agire sul mondo, modificare anch’io le cose, dire il mio parere, magari imporlo. A causa della mia non esistenza gli altri mi sembrano più reali di quanto lo sia io. È giusto per loro che si arrabattino a decidere se andare al cinema o a fare una passeggiata, se mangiare carne o insalata, se indignarsi o lasciar correre. Non certo per me: tutte queste opzioni sono di poca importanza.

“Ma non è possibile che tutto questo ti sia indifferente”, mi dicevano. Lo era.

L’esempio che mi fece comprendere che cos’è la non esistenza fu quello dell’autobus affollato. Una persona con non esistenza ‘beve’ l’energia degli altri, se ne nutre. Mi ‘vidi’ a cercarmi intorno in cerca di qualcuno con energia forte di cui nutrirmi. Dopo di allora, osservai molte volte la mia relazione privilegiata con persone centrate nella regina, molto intense e dal carattere difficile, che però con me non avevano conflitto.

Chi ha non esistenza è come una spugna, assorbe. L’altra persona ride, soffre, si dispera e il non esistente, pazientemente si abbevera di questa energia. Può diventare un rapporto simbiotico. Da ragazzo, ricordo, mi presentai in una stanza con una serie di coetanei che non conoscevo, tra cui una giovane con seri problemi di schizofrenia - anche se allora non lo sapevo. Mi ero appena avvicinato che immediatamente mi guardò e disse: “Che strano. Con te non mi sento minacciata. Come mai mi sento al sicuro?” Era perché non esistevo, non emanavo energia mia.

Vivere ascoltando più i bisogni degli altri che i propri non è sano nemmeno per chi ha caratteristica di non esistenza. Prima o poi ci si troverà immersi in situazioni indesiderate, e si penserà: “Mi trovo in questo pasticcio per colpa sua!” Si incolperà qualcuno, con una caratteristica attiva che si è scelto di seguire, di averci cacciato in questo guaio.

Come sempre, la ‘cura’ di questa caratteristica è lo stato di presenza. Col tempo si impara ad assorbire le impressioni grazie all’attenzione divisa. “Io sono qui", è l’inizio dell’esistenza per tutti, a prescindere dalla caratteristica di ciascuno - a sentire che qualche preferenza, a pensarci bene, la si ha, a trasformare le osservazioni in scopi e a seguirli. Si impara anche a usare a caratteristica, piuttosto che esserne usati: a tranquillizzare persone agitate ad esempio, che lo sanno che davvero non si vuole far loro del male; ad aiutarle a purificarsi di negatività. Come per tutte le caratteristiche, ci vuole una veglia costante, attimo per attimo.

(nota: ho appreso tempo dopo aver scritto questo post che questa immagine, che per me rappresenta bene la caratteristica di non esistenza, è essa stessa un quadro non esistenze: un falso creato a computer, spesso erroneamente citato come un dipinto di Bouguereau)

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