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La durezza degli esercizi

  • Immagine del redattore: Il Ricordo di Sé
    Il Ricordo di Sé
  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Spesso Gurdjieff diceva a qualcuno dei suoi allievi di scegliersi uno scopo, e di perseguirlo a tutti i costi. Si scelga uno scopo, e faccia di questo scopo il suo Dio, così si esprimeva.


Intendeva dire: dia una priorità assoluta a questo scopo, lo metta davanti a qualsiasi altra cosa.


Quale migliore cartina al tornasole dei nostri limiti è imporci uno scopo assoluto? Noi non siamo fatti per perseguire qualcosa a tutti i costi. Dimentichiamo, cambiamo idea, ascoltiamo voci che ci fanno deviare.


Una delle prime qualità richieste nel perseguire uno scopo è il creare qualcosa, anche maldestro, anche provvisorio, che ponga qualche resistenza ai cambiamenti di rotta. Qualcosa di meno effimero dei diecimila io che si avvicendano casualmente ogni tre secondi.


Tipicamente, questo avviene quando mobilitiamo un centro contro un altro centro. Se decido che per un anno non mangerò dolci, mi occorre l’aiuto di qualcosa che dica “no’!

Nel momento in cui il centro istintivo per bisogno chimico, o quello emozionale per alleviare uno sconforto, vogliono afferrare un bignè alla crema.


Di solito, in questo tipo di scopi, a svolgere questa funzione di guardiano è il centro intellettuale. Questo perché è il più lento dei centri inferiori, e, a causa di questo, il più malleabile.

Posso pensare a ragioni per non fare qualcosa. Posso pianificare: prevedere degli eventi (ad esempio: so che quando torno dal lavoro sono stanco e più predisposto a mangiare il mio dolcetto), e mettere qualcosa a contrasto.


L’ho scritto tante volte: darsi uno scopo significa acquistare forza contraria. Finché non ho scopi, ogni vento è favorevole; quando ne ho uno, ostacoli si presentano inevitabilmente.

Ben presto troverò occasioni di lotta. Lo mangio - non lo mangio - lo mangio - non lo mangio. Questo avrà quantomeno il primo risultato di farmi capire che non sono unificato e che le mie scelte sono sempre dovute a quello dei tanti io che emerge con più forza, quello a cui credo di più, a cui sono maggiormente identificato.


Sia riuscire che fallire sono utili, rivelano preziose informazioni. Allo stesso tempo, tuttavia, fa parte dell’esercizio il cercare di svolgerlo in modo assoluto e letterale. Perché ad ogni momento sorgeranno scuse, desiderio di fare eccezioni (Va bene niente dolci, ma oggi è domenica, un paio me li posso concedere; ok niente dolci, ma la mia fidanzata mi ha lasciato, me ne potrò ben gustare uno, almeno qualcosa di dolce in questa giornata amara…) Vedete come sia facile far scivolare qualche scopo da “Questo è il mio Dio” a “Questa è una condizione sottoposta a un sacco di altre regole che mi invento via via.”


Un esercizio che ci diamo da soli è utile; un esercizio che ci viene dato da qualcun altro è più utile. Un esercizio che ci viene dato da un maestro consapevole è utile in modo assoluto. Un esercizio dato da un maestro a me personalmente, è qualcosa da custodire come una gemma preziosa. Particolarmente se viene da un maestro è importante non creare deviazioni o eccezioni all’esercizio ma cercare al meglio di svolgerlo in modo totale e letterale, per quanto ci sembri scomodo o assurdo, privo di senso. Una parte dell’esercizio consiste proprio nel portare allo scoperto certe obiezioni in me e permettermi di vederle chiaramente.


Seguire esercizi è un po’ come simulare di essere consapevoli, di avere qualcosa in noi che possiede unità e volontà e governa la macchina. Ci dà un assaggio di cosa significhi che le funzioni, i centri, gli io, possano essere semplicemente servitori di qualcosa di superiore e non cavalli selvaggi che ci tirano di qua e di là.

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