Oggi mi sento di scrivere in un modo un po’ più ‘mistico’ del solito. Vediamo come verrà ricevuto.
Potremmo descrivere la nostra esistenza come una rappresentazione, una danza, un gioco tra due elementi:
- Un sé inferiore, fatto da tutto ciò che conosciamo quotidianamente: il nostro corpo, il nostro modo di pensare e sentire.
- Un Sé superiore, la parte divina in noi che è come un faro, una candela che cerca di rendersi visibile e guidare l’altra parte. Questa seconda parte non può nulla, se la prima non rivolge lo sguardo verso di essa.
Ouspensky chiamò il primo elemento ‘funzioni’; ed il secondo, ‘consapevolezza.’
Il sé inferiore non sa della parte divina. In molti casi la ignora totalmente, vive nella sua assenza. In altri la cerca, al buio. Questo secondo caso è stato chiamato nella quarta via ‘centro magnetico’, ovvero l’attrazione per il superiore.
Il sé inferiore è ipnotizzato, è distratto da ognuna delle funzioni che non smettono di esprimersi ciascuna a suo modo. Il risultato di questa espressione è ciò che la quarta via chiama ‘i molti io’. Il corpo esprime sensazioni, che distraggono dalla luce. La mente esprime pensieri, che distraggono dalla luce. Il cuore prova sentimenti, che distraggono dalla luce. Ognuna di queste minuscole scintille meccaniche ci tira dalla sua parte per qualche secondo, ora qua, ora là - ci impedisce di esistere. O meglio, non sono tanto queste scintille a impedirci di esistere, ma il fatto che in esse riponiamo in nostro senso di identità.
Anche in chi ricerca, e persino in chi ricerca sinceramente e intensamente, i momenti in cui la luce è visibile sono estremamente scarsi. Piccoli bagliori, come di un accendino che rimanga acceso per un secondo in un vicolo oscuro. Poiché esiste in noi un’enorme corrente contraria al risveglio. Perché il risveglio rappresenta la morte per le funzioni inferiori.
Eppure, finché siamo vivi, finché siamo in un corpo, abbiamo un’opportunità unica, di creare una sorta di rappresentazione in cui la macchina e il Sé danzano, si guardano e si rispecchiano.
Angelo e marionetta, adesso sì c’è spettacolo, scrisse Rilke.
E ancora, nella Nona Elegia:
Loda all’Angelo il mondo, non quello indicibile, con lui
Non puoi sfoggiare splendore di sentimento; nell’Universo
Dove egli sente più sensibilmente, tu sei novizio. E allora mostragli
Quello che è semplice, quel che, plasmato di padre in figlio
Vive, cosa nostra, alla mano e sotto gli occhi nostri.
Digli le cose. Resterà più stupito; stupito come rimanesti tu
Dinanzi al cordaio a Roma o al vasaio sulle rive del Nilo.
E, più avanti:
E queste cose che vivono di morire
Lo sanno che tu le celebri; passano
Ma ci credono capaci di salvarle, noi che passiamo più di tutto.
Vogliono essere trasmutate, entro il nostro invisibile cuore
In - oh infinito - in noi! Qualsia quel che siamo alla fine.
Descrivere il mondo all’Angelo, al Sé. Il Sé guarda attraverso i nostri occhi e ‘la macchina’ diventa il testimone e l’intermediario della divinità in noi, a cui, per così dire, descrive le cose. Richiamare lo stato di Presenza e raccontargli: ecco, questo è un albero, questo è il bicchiere d’acqua che sto bevendo. Usare la macchina, i sensi, i pensieri, le emozioni, per rappresentare la realtà, a beneficio di uno spettatore, di un Testimone. Non importa ciò che abbiamo davanti: è una maschera, un pretesto per creare il contatto con il Sé.
Il Sé superiore non fa altro che vedere. E tuttavia, questo sguardo è l’unica cosa reale, il resto è rappresentazione.
Lo sguardo trasmuta le esperienze del sé inferiore e le trasforma in realtà eterna. Qualsiasi esperienza, osservata dallo sguardo del Sé, diventa eterna, reale “Trasmutata nel nostro invisibile cuore in infinito. In noi, qualsiasi quel che siamo alla fine.”
William Blake: L’eternità è innamorata delle opere del tempo. Anche qui, uno Spettatore e uno spettacolo.
Questo dialogo tra le due componenti dell’essere è ben rappresentato dalla vecchia metafora della candela e della falena, notissima e diffusissima, nella poesia persiana ma non solo. La falena gira, gira intorno alla candela, ma sappiamo che i cerchi non possono che stringersi e la fine sarà inevitabile. Allo stesso modo l’attrazione per il divino rappresenta una morte per la macchina - morire prima di morire.
Perché la parte reale possa esistere, quella irreale deve morire. La parte mortale, la ‘macchina’, morirà in ogni caso, e di quella non resterà più traccia. Il nostro nome, ciò che sappiamo, come pensiamo, i sentimenti che ora ci sembrano tanto reali. Solo ciò che adesso sembra una luce, sembra una fiamma, un ardore intollerabile, può permanere. Quel che siamo - alla fine.
La poetessa Saffo, si dice, si suicidò gettandosi dalla rupe di Leukade. Leukos significa bianco, come la luce, la fiamma. La morte della macchina nella luce, come rappresentato in questo affresco neopitagorico.
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