La pettinatura e il Maelstrom
- Il Ricordo di Sé
- 11 mar
- Tempo di lettura: 3 min

Mi ricollego al post di venerdì scorso, in cui ipotizzavo “il giorno in cui sono più presente.”
Mi trovo in viaggio. Ormai da anni, all’inizio di ogni giro di lavoro o di piacere, mi dico: “In questo viaggio sarò presente come mai sono stato.”
Questa dichiarazione così solenne serve come collettore di energia. Qualunque sia lo scopo del viaggio, sovrappongo ad esso un altro scopo, quello di ricavarne presenza.
Naturalmente, poiché sono diviso in tanti io, quello che ha pronunciato la solenne frase, un, due, tre, è già sparito; e ora, a caricare la valigia in macchina, poi ad accendere il motore, poi a mettere la freccia e entrare in strada, ci sono altre persone, con altri scopi e desideri rispetto al cercatore di presenza iniziale. Alcuni non sanno dello scopo. Altri non sono in grado di comprendere cosa sia la presenza. Altri ancora sono fermamente determinati a ostacolare questa ricerca dello stato di presenza, dato che la trovano una follia, uno spreco di energie e di tempo.
Da un certo punto di vista è come se una persona che sta per essere inghiottita dal Maelstrom (il terribile vortice marino che inghiotte uomini e navi, raccontato da Edgar Allan Poe), si dicesse: “Succeda quel che succeda, non devo spettinarmi.”
Anche se privi si connessione tra loro (se non associativa), i molti io, in un certo senso, vanno tutti nella stessa direzione - prendono la forma di una corrente, in quanto ci trascinano tutti verso il sonno - al di là delle tante differenze e sottigliezze che spesso amiamo distinguere.
Essere presenti è un continuo movimento controcorrente. Per questo si chiama lavoro, poiché lavora contro il movimento naturale e spontaneo, l’inerzia della corrente del Fiume dei molti io. (Si potrà ritrovare la spontaneità a un certo punto del percorso. Occorrerà spostarsi, come disse Gurdjieff, da quel fiume a un altro fiume, dove la corrente scorre in direzione opposta. Fino a quel momento non c’è spontaneità, non c’è naturalezza).
Uno dei suggerimenti del mio maestro è quello di provare a rimanere la stessa persona quando le circostanze cambiano. Questo suggerimento ha diversi significati, ma nell’esempio del viaggio assume la domanda: come posso rimanere in questi giorni lo stesso che ha detto a se stesso “Stavolta sarò presente come non mai”?
Prima di iniziare un lavoro di osservazione è inevitabile che ci si pensi più presenti di quello che si è. Man mano che l’osservazione procede, diventa più continua e profonda, non è raro che ci si deprima. La corrente della meccanicità è davvero niente di meno che un Maelstrom; ci troviamo dentro di esso e, se vogliamo vivere, è necessario uscirne.
Basta pensare ai piccoli esercizi che suggeriamo ogni settimana. Se ne esaminiamo anche solo uno a caso, vedremo che già la sua semplice esistenza addita una serie infinita di ostacoli in noi: potremmo non credere che sia giusto, o fatto bene, e quindi non farlo. Potremmo non dargli importanza, quindi non farlo. Un io potrebbe decidere di farlo, ma poi, non essendoci un collante che ci tiene insieme, la settimana passa senza che ce ne siamo ricordati; oppure ce ne siamo ricordati giusto un paio di volte. Forse, provando a dare l’esercizio abbiamo incontrato un ostacolo inaspettato, e non ci siamo nemmeno posti il problema di come superarlo, ci siamo fermati lì, senza renderci conto che gli ostacoli e il loro superamento fanno parte dell’esercizio. O l’abbiamo fatto, magari tra mille difficoltà, e abbiamo ricavato un piccolo indizio della nostra debolezza, incapacità di fare. E via dicendo.
Abbiamo già detto che il risveglio è un lavoro. Un lavoro a tempo pieno, aggiungo. Vogliamo ‘verniciarci’ di presenza così come verniceremmo una sedia: completamente, uniformemente, senza aree dimenticate.
Questa vernice si sovrappone a qualsiasi cosa facciamo. Non ci sono aree della nostra vita che ci dispensano dall’applicarla, o dove sia impossibile applicarla.
Naturalmente, come parte del percorso apprendiamo che ci sono azioni che ci aiutano a ricordare, o sono più compatibili con lo stato: rallentare il ritmo ad esempio, o passare più tempo nella natura, smetterla di stare incollati a uno schermo, o costringersi ad attività regolari, senza scuse (come per me, ad esempio, scrivere il post del venerdì mattina).
(“Ma io voglio essere naturale e spontaneo, voglio vivere piacevolmente, sognare, immaginare… questo lavoro mi sembra privo di piacere, meccanico, senza amore…”)
Certo. Nessuno è obbligato a fare nulla, tantomeno a cambiare ciò che ritiene giusto e autentico. Questo lavoro è per chi ha visto nella struttura della realtà, delle spaccature: ha percepito molte manifestazioni di sé come non autentiche, ma controllate da forze ignote.
Si è visto contraddire se stesso, dimenticare i propri scopi, mentire a se stesso sui risultati dei propri sforzi, dimenticare in modo preoccupante qualsiasi proposito, agire contro di esso.
Per chi, infine, ha provato il sapore di un’esperienza autentica, di una vita piena, anche solo per un secondo; e lì vuole ritornare.




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