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  • Immagine del redattoreIl Ricordo di Sé

La presenza e gli io


Buongiorno a tutti; oggi azzardo un contenuto un po’ più avanzato, a seguito di alcuni commenti che mi hanno fatto riflettere su come sia giusto comunicare da qui.


Quando il mio maestro ‘cristallizzò’, ovvero, per usare un termine della quarta via, i suoi Centri Superiori divennero permanenti scoprì, con sua sorpresa, che gli ‘io’ non erano affatto cessati. La ‘macchina’ continuava a produrli esattamente come prima. Soltanto, ora esisteva in lui una seconda creatura, che osservava le manifestazioni della macchina percependole come esterne.


Nel corso della mia vita ho faticato a esprimere questo concetto. Ricordo una conferenza dove due persone sono uscite indignate, dicendo, “No! Se si è presenti gli ‘io’ scompaiono e basta.” E parecchi altri episodi simili.


Riflettendo, ho pensato che questa convinzione e i fraintendimenti che ne conseguono si deve forse a un paio di fattori:

- Uno di questi è la comprensione di cosa in effetti sia un ‘io’. È mia abitudine, durante le conferenze online, chiedere ai partecipanti se conoscono questa idea e cosa secondo loro sia un ‘io’. La risposta di gran lunga più frequente riprende l’esempio introduttivo di Gurdjieff: “Sono qualcuno con mia moglie, poi incontro il capufficio e a lui presento una diversa maschera; infine coi miei amici una terza e, allo specchio, una quarta…”


Ma questa non è una completa definizione di cosa siano gli io, e contiene aspetti fuorvianti. Quelli sono semmai definibili come ‘gruppi di io’. Un io è qualcosa di molto più veloce, effimero e frequente, arrivando a durare in media tre secondi, ovvero il tempo di un respiro. Se socchiudo gli occhi perché dalla finestra spunta il sole, quello è un io. Mentre scrivo sento le orecchie tappate per via di un raffreddore, e quello è un altro io. Poi arriva una sensazione di fastidio e frustrazione a causa di questo piccolo problema: un altro io. Infine, arriva un terzo io che dice, “Non dovresti lasciarti prendere da questa piccolezza”., e via dicendo. Ogni sensazione, emozione, pensiero è un io. Solitamente ne sono ‘identificato’, ovvero ci credo, penso sia reale, che rappresenti la mia interezza. Se sono presente, lo percepisco invece come esterno, accidentale e meccanico, e non ci credo. Per fare un esempio semplice, il mio maestro, quando si trova in situazioni sociali e osserva il proprio centro motorio, che sempre ha una tendenza a imitare gli altri centri motori, se vede qualcuno che solleva il bicchiere per bere e si accorge che automaticamente anche la sua mano fa per prendere il bicchiere, ferma questo impulso per qualche secondo, in maniera che questa manifestazione non accada meccanicamente. Come vedete, i nostri io non sono da considerare a livello psicologico, ma sono ben più basilari, affondano la loro esistenza nelle radici profonde della nostra percezione.

- Un altro fattore è quello che mi sono abituato a chiamare tra me e me ‘effetto arti marziali’. Solitamente pensiamo al raggiungimento di una coscienza superiore come al perfezionamento assoluto della cosiddetta ‘macchina’ (corpo, mente ed emozioni).


Questo perfezionamento si immagina assoluto e visibile. Per fare un esempio estremo, nelle rappresentazioni popolari delle arti marziali, nei film, si vedono persone che evitano proiettili o li afferrano con noncuranza tra il pollice e l’indice. Quello è come il centro motorio sogna la consapevolezza, ma non è la consapevolezza, che non consiste nel migliorare le prestazioni della macchina, ma nel trascendere la macchina nella sua interezza, non percepire più da essa ma da un’altra sorgente indipendente, il nostro vero Sé.


Si possono arrestare i pensieri? Certo. Questo, a mia esperienza, può certamente avvenire, per qualche secondo o minuto. Ed è utilissimo avere questa esperienza poiché ci pone davanti senza dubbi alla possibilità di sperimentare il mondo indipendentemente dai processi labirintici della nostra mente. Allo stesso modo l’esercizio suggerito da Ouspensky di guardare le lancette dell’orologio per due minuti serve principalmente a farci toccare con mano quanto facilmente e velocemente ci distraiamo, quanto sia facile credere al primo io che passa e perdersi in esso.


Questo non significa che lo stato temporaneo di sospensione dei pensieri diventi permanente in un uomo conscio. Sia il mio maestro, sia uno studente che recentemente ha raggiunto questo stato di consapevolezza permanente confermano che la macchina continua il suo procedere, non si arresta.


Nella nostra scuola siamo concentrati su quest’altra parte, sui Centri Superiori, su come rimanere in quello stato più a lungo e più profondamente. (Spesso, per chi entra dopo aver partecipato a nostre conferenze, o alle discussioni in questo gruppo Facebook, il modo in cui ci si esprime nella nostra scuola risulta uno shock: “Ma come, i discorsi qui sono diversi da quello che ci avete detto finora…”) Sarebbe un cattivo servizio esprimersi allo stesso modo in questa sede: è necessario prima distruggere certe illusioni. Se non lo si fa, qualsiasi verità verrebbe trasformata in chi legge in immaginazione. Il mezzo esige una limitazione dei contenuti.


A chi legge, posso consigliare di tentare l’esperimento di osservare se sia possibile avere degli io, se ci siano impulsi che affiorano alla coscienza, e simultaneamente collocare il proprio senso di identità non in quegli io, ma nella parte che li osserva - qualsiasi essa sia, poiché temporaneamente questo lavoro può essere eseguito da molte parti in noi.


In bocca al lupo.

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