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  • Immagine del redattoreIl Ricordo di Sé

la Prima Elegia di Rilke

Questa è una splendida poesia, scritta da un uomo conscio.

In vari post e commenti è stata citata a pezzettini. Oggi ve la offro tutta.

Rilke si trovava a Duino, ospite della principessa Thurn und Taxis.

Passeggiando in quello che oggi si chiama sentiero Rilke, in una meravigliosa tenuta sul mare, udì dentro di sé una voce che diceva: “Ma chi, se gridassi, mi udrebbe, dalle schiere degli Angeli?”

La prima elegia è una risposta a questa domanda.

Queste parole sono un tentativo di distillare con esattezza percezioni dei centri superiori. Rilke è un poeta che cerca parole esatte per definire la più sfuggente delle materie. È poesia difficile. Impossibile assorbirla tutta in una volta. Ma credo che alcuni passaggi risuoneranno con forza - abbiamo scritto, in tanti post, di quasi tutti gli argomenti trattati qui. Come sempre, se potete, una lettura lenta e ad alta voce è consigliata. magari leggetela un pezzetto per volta. Buona lettura.

Ma chi, se gridassi, mi udrebbe, dalle schiere

degli Angeli? e se anche un Angelo a un tratto

mi stringesse al suo cuore: la sua essenza più forte

mi farebbe morire. Perché il bello non è

che il tremendo al suo inizio, noi lo possiamo reggere

ancora,

lo ammiriamo anche tanto, perch’esso calmo, sdegna

distruggerci. Degli Angeli ciascuno è tremendo.

E così mi rattengo e il richiamo di oscuri singhiozzi

lo soffoco in gola. Ah, di chi mai

ci possiamo valere? Degli Angeli no, degli uomini no,

e i sagaci animali, lo notano che, di casa nel mondo

interpretato,

non diamo affidamento. Ci resta, forse,

un albero, là sul pendio,

da rivedere ogni giorno;

ci resta la strada di ieri,

e la fedeltà viziata d’un’abitudine

che si trovò bene con noi e rimase, non se ne andò.

Oh, e la notte, la notte, quando il vento pregno di

cosmico spazio

ci smangia la faccia, a chi non resterebbe la sospirata,

che soavemente delude, e che incombe pesante al cuore

solitario? Che sia forse più lieve agli amanti?

Ah, loro, se la nascondono soltanto, un con l’altro, la

loro sorte.

Non lo sai ancora? Getta dalle tue braccia il vuoto

agli spazi che respiriamo; forse gli uccelli

nell’aria più vasta voleranno più intimi voli.

Sì, certo, le primavere avevano bisogno di te. Qualche

stella

s’aspettava che tu la rintracciassi. Montava

un’onda dal passato, in qua, o

mentre tu passavi sotto una finestra aperta

si donava un violino. Tutto questo era compito.

Ma lo reggevi tu? Così sempre distratto d’attesa,

come se tutto t’annunciasse un’amata? (E dove la

vorresti rifugiare se i grandi, strani pensieri

in te vengono e vanno

e spesso si stanno, la notte?)

Ma se ti struggi così, canta le innamorate. Certo,

non è ancora abbastanza immortale il loro sentimento

famoso.

Canta di loro, delle abbandonate, tu quasi le invidi, che ti

parvero tanto più amabili delle placate. Riprendila

sempre l’irraggiungibile celebrazione;

pensa: l’eroe perdura, financo la morte per lui

fu soltanto pretesto per essere: la sua ultima nascita.

Ma l’eroine d’amore se le riprende in sé l’esausta Natura

come se non ci fossero forze due volte,

per compiere questo. Hai cantato abbastanza

di Gaspara Stampa, che una qualche fanciulla

cui sfugga l’amato, all’esempio esaltato

di questa innamorata, senta: posso essere anch’io

come lei?

Tanto antichi dolori, non dovrebbero, ormai,

diventar più fecondi per noi? non è tempo che amando,

ci liberiamo dall’essere amato, lo reggiamo fremendo:

come la freccia regge la corda, tutta raccolta nel balzo,

per superarsi? Ché non si può restare, in nessun dove.

Voci, voci. Ascolta, mio cuore come soltanto i Santi

ascoltarono un giorno: il grande richiamo

li alzava dal suolo; ma essi, impossibili,

restavano assorti in ginocchio:

così ascoltavano. Non che tu possa mai reggere

la voce di Dio. Ma lo spiro ascolta,

l’ininterrotto messaggio che da silenzio si crea.

Ecco fruscia qualcosa da quei giovani morti e viene a te.

Dove entrassi tu mai nelle chiese

di Roma o di Napoli, non ti parlava pacato il loro

Destino?

O ti si imponeva una scritta, sublime,

come ieri la lapide in Santa Maria Formosa.

Che vogliono da me? Ch’io debba rimuovere lieve

quella parvenza d’ingiusto che turba un po’, talvolta,

il moto puro dei loro spiriti.

Certo è strano non abitare più sulla terra,

non più seguir costumi appena appresi,

alle rose e alle altre cose che hanno in sé una promessa

non dar significanza di futuro umano;

quel che eravamo in mani tanto, tanto ansiose

non esserlo più, e infine il proprio nome

abbandonarlo, come un balocco rotto.

Strano non desiderare quel che desideravi. Strano

quel che era collegato da rapporto

vederlo fluttuare, sciolto nello spazio. Ed è faticoso

esser morti;

quanto da riprendere per rintracciare a poco a poco

un po’ d’eternità. Ma i vivi errano, tutti,

ché troppo netto distinguono.

Si dice che gli Angeli, spesso, non sanno

se vanno tra i vivi o tra i morti. L’eterna corrente

sempre trascina con sé per i due regni ogni età,

e in entrambi la voce più forte è la sua.

Infine, non han più bisogno di noi quelli che presto la

morte rapì,

ci si divezza da ciò che è terreno, soavemente,

come dal seno materno. Ma noi, che abbiamo bisogno

di sì grandi misteri, quante volte da lutto

sboccia un progresso beato : potremmo mai essere,

noi, senza i morti?

Sarebbe vano il mito, che un giorno nel compianto di

Lino

la prima musica, ardita, pervase arida rigidezza,

e che sol nello spazio sgomento, a cui un fanciullo quasi

divino

ad un tratto e per sempre mancava, il vuoto entrò in

quella

vibrazione che ora ci rapisce e ci consola e ci aiuta.

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