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  • Immagine del redattoreIl Ricordo di Sé

La sofferenza va sofferta tutta

Questo titolo lapalissiano si deve all’illusione che ho avuto per molti anni: che un giorno, ‘lavorando su di me’, avrei raggiunto uno stato in cui ciò che mi ferisce ora non mi avrebbe ferito più; ciò che mi angustia ora avrebbe finalmente cessato di angustiarmi.

Questo è vero e non è vero: se da una parte, con l’aumentare degli episodi di presenza nella propria vita certe paure e angosce smettono di apparirci come dei draghi e si manifestano per le tigri di carta che veramente sono - un nulla, un piccolo fastidio ignorabile come di zanzara - è altrettanto vero che per ogni sofferenza che cessa di essere pesante una nuova, stavolta pesante davvero, ne arriva. Gli avversari si fanno di volta in volta più grossi e agguerriti, come in un videogioco: si passa un livello, si entra in un altro, che non può essere più facile, è una legge.

Le immagini che mostrano persone sorridenti, giovani e belle, serene, non toccate da male alcuno, e suggeriscono che vivere il momento presente sia quello, sono tra le tante forme profonde di immaginazione.

Siamo, simultaneamente, un’anima e una macchina. Ed è il bruciare della macchina che fornisce il carburante per l’anima. Non si può eludere questa legge. Anzi, è necessario ringraziare la sofferenza che è una delle principali leve per l’innalzamento dell’essere. È per questo che il mio maestro ha detto che “il pagamento deve essere reale”. Ogni grammo di consapevolezza si paga con moneta vera, con sofferenza vera (se non ci toccasse più, sarebbe moneta falsa). E, soprattutto, con il non identificarsi con questa sofferenza.

Ogni volta che arriva qualcosa di sgradevole, la vecchia trappola si ripresenta. “Io soffro. O mio Dio, come soffro.” Invece di: “Esso soffre, Io posso guadagnare.”

A chi sa applicare il lavoro di scuola, la sofferenza insegna la separazione. E, una volta appreso a distanziarsi da ciò che la macchina prova, che sia mancanza di denaro, di salute, di amore, di riposo, di tranquillità, allora si impara anche a separarsi dalla bellezza, e ad utilizzare anche questa per produrre il prezioso distillato che chiamiamo presenza. L'Amrita, l'Ambrosia, l'elisir dell'immortalità.

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