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  • Immagine del redattoreIl Ricordo di Sé

La tentazione della negatività

Due giorni fa ho dato dell’ignorante a uno sconosciuto. Gliel’ho gridato, per essere precisi.

Stavo attraversando la strada sulle strisce, e come spesso accade a Roma, i guidatori che vedono un pedone attraversare, prima tentano di accelerare schivandolo, e solo se non riescono in questa manovra, a malincuore si fermano. Questo automobilista, in più, era irritato e mi faceva segno che non avrei dovuto essere lì, che gli impedivo il passaggio.

Forte della mia ragione e dei quindici anni della mia vita spesi in nazioni dove nessuno si sognerebbe mai di non fermarsi di fronte a un attraversamento pedonale, mi sono fermato proprio davanti a lui bloccandolo, gli ho indicato platealmente le strisce bianche sotto di me, e mi sono lanciato in un: “Vede queste? Si chiamano strisce pedonali. Indicano che il pedone ha la precedenza. Ignorante!”

“Se hai ragione, peggio per te”, disse Gurdjieff.

Intanto, raramente quando crediamo di ‘avere ragione’, abbiamo ragione. L’idea stessa di ragione indica una coerenza interna che raramente è condivisa da più persone (chi studia la quarta via e comincia a osservarsi scopre dolorosamente che la coerenza interna manca anche all'interno di una sola persona, me stesso). Specialmente in questa epoca, mancano ragioni e valori condivisi. Può essere ‘ragione’ all’interno dei miei valori, ma non esserlo in quelli dell’altro. Può esserlo a Los Angeles ma non a Roma. Proprio ieri, casualmente, mi è stato riportato il discorso di un amico che paragonava il traffico in un determinato posto ai voli degli storni: non importa se chi è accanto a te rispetta o no le regole che hai in testa, importa di più adeguarsi, entrare in modo organico nelle regole non scritte, nelle consuetudini di quel luogo - che sia Vancouver, o Napoli, o Il Cairo - e giungere a far parte di quell’organismo, muoversi come gli altri storni.

È per questo che la mia pronuncia inglese è imperfetta, ho pensato. Non perché non senta o non sia in grado di riprodurre certi suoni. È perché qualcosa in me si rifiuta di pronunciarli come un americano, ha ragioni per non farlo. Piuttosto che volare come gli altri storni, la mia macchina si fermerebbe volentieri a fare un comizio su come tutti sbaglino e io solo sia nella ragione. Ma questa è un’altra storia.

Il codice della strada mi dà ragione. Come studente della quarta via, però, ho agito nel modo peggiore possibile. Ho espresso negatività. Mi sono identificato con un elemento di nessuna importanza; ho sentito di dover comunicare (insulti) a una persona che non potrà beneficiare del mio discorso; ho perso preziose sostanze con le quali potrei invece ‘fabbricarmi un’anima’; ho avvelenato il mio essere - anche se per poco, dato che come studente ho appreso a lasciar cadere questi stati molto rapidamente. Il veleno, quindi, ha circolato per mezzo minuto soltanto. Ma ha circolato. Preziosi idrogeni sono stati bruciati, come un pozzo di petrolio incendiato.

Condannando l’altro, ho assolto me stesso. Assolto dal crimine che, come studente, ha il grado massimo di gravità: non essere presente. Concentrandomi sui torti (reali) dell’altro ho chiuso un occhio sui miei, altrettanto reali e ben più importanti per la mia evoluzione. Mi sono concesso per un momento di non osservare me stesso, di non guadagnare da un esperienza. Il mio Maggiordomo, ahimè, dormiva.

Se avessi taciuto, se mi fossi magari affrettato a uscire dalle strisce per non incomodare l’automobilista impaziente, se avessi accettato l’amaro calice dell’aver ragione e tuttavia piegarsi a una forza estranea lasciando cadere ogni rancore; se avessi riso dell’esperienza e visto la sua piccolezza; se avessi lasciato perdere la trappola dell’idea stessa di torto o ragione; se mi fossi subito concentrato su qualsiasi cosa di positivo che il momento offriva (ed ero in un quartiere bellissimo, visitato con stupore incantato da turisti da ogni parte del mondo) avrei osservato parti di me che di solito non vedo; e, soprattutto, avrei guadagnato un pezzetto d’anima.

Sarà per la prossima volta. Lasciate che gli automobilisti romani vengano a me.

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