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  • Immagine del redattoreIl Ricordo di Sé

Libero arbitrio

“Ho fatto una scelta”, è frase comune nel nostro vocabolario; ma inevitabilmente si tratta quasi sempre di una bugia. Non scelgo, non sono libero, mi muovo invece entro uno spazio ristrettissimo di opzioni che non di rado si riducono a una sola. Un po’ come dire “Scelgo questa porta,” quando nel corridoio davanti a me se ne presenta una sola. Credo non sia per nulla scontato comprendere fino a che punto non ho scelta.Innanzitutto, come ripetiamo spesso, prima di poter dire ho scelto, bisognerebbe riferirsi all’informazione che ogni essere umano è diviso in tante parti. Quale dei miei io, quale centro, quale parte di centro ha deciso? È ben diverso se arriviamo a capire che, ad esempio, la parte motoria del centro emozionale ha inviato un impulso, e altre parti della macchina non hanno avuto obiezioni abbastanza forti da inibirla, e certe abitudini che si sono create in me per pura ripetizione non impediscono quell’impulso, anzi - per cui ha vinto quell’io, che si è trovato a essere il più veloce, il più forte, quello giunto prima.E quell’impulso, a cosa si deve? In parte alla mia essenza, ovvero a come sono organizzato come essere animato, come ‘animale’. In parte alla mia personalità, ovvero a quello che ho appreso imitando altri. E qui ci troviamo di fronte a un’altra prigione, quella che ci pone davanti a scelte che non sono altro che una serie di imitazioni operate guardando per una vita chi mi sta intorno. Mangio ‘all’ora di cena’, ovvero quando le persone attorno a me considerano che sia ora di mangiare e mi hanno insegnato che è ora di mangiare, da un piatto, con una forchetta, bevo da un bicchiere, una selezione di cibi che sono anch’essi imitazione di quelli che mi stanno intorno e che sono venuti prima di me, mi copro il torso con una camicia, scelta imitando quelle che vengono indossate da persone che mi piacciono, acquistata guardandomi a uno specchio nel tentativo di assomigliare a loro, la abbottono, parto dal bottone più alto abbottonandoli via via fino a raggiungere il più basso: e tutto questo, per imitazione. Dopo aver compiuto questa infinita serie di azioni in modo identico al tuo, mi considero originale perché la camicia che ho preso dall’armadio stamattina è colorata, mentre la tua è bianca. Non vedo alternative o, se le vedo, mi sembrano una pazzia (ovvero: una cosa che non ho mai visto fare, per cui non ho abbastanza esempi da imitare). Quindi ‘ho scelto’ di fare quello che fanno gli altri, nel modo in cui lo fanno gli altri, nel tempo in cui lo fanno gli altri (nemmeno il ribellarsi sfugge a questa regola, applica semplicemente un segno meno, un ‘non,’ prima dell’elenco di azioni imitate, ma di fatto rimane un clone e un derivato di esse, non proviene da un luogo indipendente da esse).I pensieri che mi vengono sono in gran parte indirizzati e modulati dalla lingua con cui li penso - esattamente come un cane da pastore indirizza il suo gregge di pecore. Frasi fatte, forme fatte, un senso di “Questo non è possibile”, inconscio, di cui nemmeno mi accorgo, che si applica a parole, frasi, idee e mi impedisce di uscire dal circuito abituale.Viaggiare può aprire a barlumi di comprensione riguardo a quanto la mia vita sia un percorso obbligato: di fronte a forme di meccanicità insolite e diverse, se non mi indigno perché ‘questi sono pazzi’, posso avere il privilegio di scoprire come anche tutto ciò che mi appare sensato non sia che una forma di quello che nella mia scuola viene chiamato ‘dominio femminile’. (Dominio perché viene trasmesso e imposto a un bambino piccolo attraverso un percorso di condizionamento fatto di approvazione e disapprovazione: femminile perché il suo primo artefice è la mamma).Circa un anno fa uno studente della mia scuola mi ha detto che praticamente la totalità delle nostre azioni, pensieri, scelte, viene dal dominio femminile (e parlava di studenti di una scuola di risveglio, che praticano da 10, 20, 30, 40 anni, persone a cui ho visto fare scelte sagge, coraggiose, originali). “Sta esagerando”, ho pensato. Ora non lo penso più. Ho toccato con mano la povertà della mia propria scelta di azioni di fronte a una crisi. Ho visto la mia mente annaspare di fronte a situazioni semplici, semplicemente perché condizionata. Davvero, senza lo stato di Presenza, sono come un criceto nella ruota.

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