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Nessuna aspettativa

  • Immagine del redattore: Il Ricordo di Sé
    Il Ricordo di Sé
  • 12 apr
  • Tempo di lettura: 4 min

L’altro giorno ho visto un breve filmato su un social media (purtroppo non sono riuscito a salvarlo, altrimenti l’avrei inserito qui). Niente di straordinario: ambientato in qualche paese asiatico, si vedevano delle persone salire una scalinata, una breve strada pedonale che portava a un’altra via.


La particolarità del video è che tutte le persone inciampavano, tutte nello stesso gradino, posto circa a metà della scala. Il gradino, così come gli altri della scalinata, era basso, facilmente affrontabile anche da un bambino piccolo. Soltanto, era di pochissimo, forse un centimetro, più alto degli altri, certamente per un errore del costruttore.


Tutti inciampavano in quel gradino perché il loro centro motorio aveva misurato l’altezza dei gradini precedenti, e si aspettava la stessa altezza per tutta la scalinata. Quella minuscola differenza era sufficiente a farli inciampare.


Ho osservato la stessa cosa in me stesso, molte volte. Il centro motorio misura l’ambiente, e una lievissima irregolarità mi fa inciampare o sbattere, dato che mi aspetto che il pavimento continui ad essere della stessa altezza, il corridoio della stessa larghezza, e così via. (Una volta ero ospite nella casa dei miei genitori, che avevano appena installato una pesante stufa e l’avevano bizzarramente collocata in un corridoio. Alzandomi la notte per bere un bicchier d’acqua, ho attraversato in fretta, al buio, quel corridoio che credevo di conoscere così bene, sbattendo contro la stufa e incrinandomi due costole in modo piuttosto pesante).


Queste accuratissime misurazioni del centro motorio (e queste rigorosissime richieste di risparmio di energia del centro istintivo, che ordina al centro motorio di sollevare il piede giusto tre millimetri e non di più al di sopra della distanza stimata, per spendere il minimo di energia), avvengono naturalmente senza che noi ce ne rendiamo conto. A ogni istante, il sistema nervoso manda segnali alle periferie: “Tutto bene”? “Tutto regolare”, rispondono piedi, mani, pelle, occhi, orecchie. Il “Tutto bene”? Si ripete incessantemente, tutto il giorno, tutta la notte, tutta la nostra vita. Di tanto in tanto, invece di “Tutto regolare”, la risposta degli organi sensori cambia: “C’è un odore strano”. “Fa freddo.” “Sento un rumore che non riesco ad attribuire a cose che sento abitualmente e so che non costituiscono una minaccia.” E lì comincia un comportamento diverso, dettato dall’allarme.


Nonostante la cosiddetta civiltà ci abbia protetto in tutti i modi, in case dove entra solo chi vogliamo noi, con temperatura controllata, acqua corrente ed elettricità, contenitori per assicurarsi cibo fresco per lunghi periodi, minimizzando parecchi dei pericoli in cui incorre un animale selvatico, la nostra macchina vive controllando secondo per secondo se ci sono motivi di allarme. Questo funzionamento dei centri è corretto: senza di esso, non potremmo sopravvivere. Anche nella nostra realtà ovattata ci sono continui rischi per la sopravvivenza e la salute.


A causa di questo meccanismo incessante, però, invito chiunque abbia mai pronunciato la frase “nessuna aspettativa”, a considerare che qualunque organismo dotato di sistema nervoso è fondato sull’aspettativa. Aspettativa incessante, continua, totale. Che non si ferma alla valutazione dell’altezza di un gradino, ma si estende al nostro modo di pensare, di sentire emozioni, di prendere decisioni importanti, di abbracciare valori.


Ogni volta che un fenomeno si ripete per più di tre o quattro volte, la sua percezione entra in quello che nella nostra scuola chiamiamo ‘i fanti’ dei centri, le parti automatiche. Diventa “Normale.”


Basta osservare un prestigiatore in azione: i suoi trucchi magici si basano sul creare aspettative, ’storie’ indotte che si formano nella nostra mente (“Ha messo la monetina nel bicchiere, l’ho visto. Sicuramente la moneta ora è lì dentro”). Mentre noi immaginiamo una sequenza di cause ed effetti che ci sembra normale e che ci è stato suggerita dal mago lui, lento e indisturbato, prepara la sorpresa, dato che i nostri occhi si soffermano dove lui ha creato una storia da seguire e non dove veramente avviene l’azione che produrrà la ‘magia’. Non è mai questione di velocità, ma di distrazione.


Una volta nelle parti automatiche, le scelte della nostra macchina diventano del tutto involontarie e non ne sappiamo nulla (in che posizione è il tuo corpo in questo momento? Quali muscoli sono contratti e quali rilassati? Chi o cosa ha deciso questa posizione)?

Basterebbero queste semplici osservazioni a farci capire che non siamo uno, ma tanti (tanti tanti, non quattro o cinque, ma, letteralmente, diecimila); e che questi tanti non sanno uno dell’altro. E che la frase “nessuna aspettativa” non può appartenerci, in quanto tutta la vita è fondata sull’aspettativa; ne scrivo nel mio libro “Una mappa per il risveglio.” Più che su un’impossibile assenza di aspettative, la nostra consapevolezza si gioca sull’abilità di abbandonarle rapidamente.


C’è da dire che per le persone che sono inciampate in quel gradino, quello forse è l’unico gradino, tra i tanti percorsi di quella giornata, di cui avranno memoria - dato che tutti gli altri gradini, quelli ‘regolari’, non hanno avuto motivo di superare la soglia della consapevolezza. E che io, certamente, ho a tutt’oggi una memoria estremamente vivida del mio costato che sbatte contro la pesante stufa di ghisa.


Nelle predizioni disattese, nelle aspettative tradite, sta la speranza di un momento di consapevolezza. Lo stato di Presenza è spesso accompagnato da sensazioni di sorpresa o meraviglia. Ripeto qui una delle mie frasi preferite, che cito sempre, di Ouspensky: “Noi facciamo sempre un profitto.” Da un’aspettativa tradita si può estrarre un senso di realtà quanto mai fresco e vivido.

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