Note sul parlare inutile
- Il Ricordo di Sé
- 11 mar
- Tempo di lettura: 3 min

La quarta via descrive il parlare inutile come uno degli ostacoli allo stato di presenza.
Penso sia chiaro di cosa si tratti. Il chiacchiericcio vuoto. L’inevitabile scambio di luoghi comuni quando gli esseri umani si trovano a condividere lo stesso spazio nella sala d’attesa di un medico, a una festa, persino nel minuto che si passa in un ascensore.
Da una parte c’è la considerazione che il silenzio viene considerato come potenzialmente ostile. Quindi uscire fuori con un “Accidenti che tempaccio oggi”! Ha anche lo scopo di far capire che non ce l’ho con voi (In questo caso si parla di considerazione interna, ovvero della preoccupazione riguardo agli io che altri potrebbero avere su di me, e che di solito non hanno, dato che sono a loro volta persi in un dialogo interiore lontano da quanto accade di fronte a loro).
Ma, più in profondità, si può osservare come la forma del dialogo non sia altro che l’espressione ad alta voce del flusso incontrollato di ‘io’ chiamato immaginazione. Lo si capisce chiaramente, perché non ha uno scopo, non va da nessuna parte, la sua struttura è fatta di ripetizioni senza capo né coda, si fonda sulle associazioni.
“Ieri ho visto un film con x”
“Io x non lo posso vedere.”
“Oh, a me piace tanto, invece. Sexy. Specialmente in quel film di fantascienza…”
“Uhh, la fantascienza, che orrore.”
“A me piace quell’altro, invece, come si chiama…”
Una volta andai da un dottore che, come sempre avviene, mi chiese: “Quali sono i suoi sintomi”? Dopo averli elencati, cominciò a dire: ‘Non mi dica! Anch’io, uguale! Pensi che alla mattina quando mi alzo…” e prese a raccontarmi per un tempo piuttosto lungo e con grande identificazione tutti i suoi sintomi, completamente ignaro del fatto che aveva chiesto i miei come parte di un processo diagnostico.
Anche se si svolge a contatto con altri, il parlare inutile è evidentemente una forma di quello che Gurdjieff definiva titillazione, o masturbazione; un indulgere nel flusso incontrollato degli io in immaginazione, che non costa niente, è blandamente piacevole, non comporta rischi (se non, come tutti i flussi di immaginazione, quello di condurre inaspettatamente a una china negativa di rancore, rabbia o indignazione), e non porta da nessuna parte.
Fin da bambino ho osservato questo fenomeno del parlare inutile dato che, per ragioni del tutto meccaniche, non ne sono praticamente affetto. C’è una componente della mia macchina che considera elegante, come in matematica, qualcosa che costituisce, in qualche modo, una scorciatoia - le lungaggini mi urtano da un punto di vista anche estetico. Sono abituato a pensare che la parola sia espressa con uno scopo in mente, e che certe modalità siano più efficaci di altre. Questi adulti che passavano ore a scambiarsi contenuti del tutto inutili, senza informazione, senza guadagno, senza direzione mi sembravano, semplicemente, dei pazzi. E ancora oggi, dato che diverse persone che fanno parte della mia vita hanno questo problema, provo un certo fastidio nell’ascoltare questo procedere incessante in cerchi vuoti di ripetizioni infinite. Ascolto, comincio a provare disagio, vado da un’altra parte, diciamo a scrivere un paio di email, poi quando mi capita di ripassare le persone stanno ripetendo gli stessi argomenti di quando mi ero allontanato - sono ancora allo stesso punto nell’avanzamento della conversazione.
Quello è un momento prezioso per me, per evitare di credere ai miei io di giudizio.
Come mai, mi sono domandato, lo fanno? Anche se si tratta di un flusso involontario di immaginazione, è possibile che abbia comunque uno scopo, risponda a un’esigenza?
Certamente. È una forma di comunicazione non verbale - paradossalmente, anche se fatta di parole. Serve a dire incessantemente “Ti voglio bene”, oppure “Non ce l’ho con te.” Il centro emozionale ha questa caratteristica (Sconcertante, per chi non è centrato in quella parte della macchina) di dire qualcosa e significare qualcos’altro di completamente sganciato dal significato originario di quelle parole.
Avete mai visto qualcuno parlare al suo cane?
“Ma che bello questo cagnolone! Bello lui! Bravo, bravo, si! Il mio cucciolone bello! Ma guarda che bel sofficione che sei! Ma è il più bello del mondo lui!” E così via.
Naturalmente il cane non comprende le parole. Il padrone potrebbe anche elencare i numeri primi. L’importante è l’energia emozionale. Entrambi spandono questa blanda emozione positiva e la bevono, per così dire, provando piacere nel condividere questo momento insieme. Lo stesso piacere, o anche più profondo, potrebbe essere condiviso con meno parole, o in silenzio. Il contenuto emozionale non è nelle parole; queste sono semplicemente un veicolo che accompagna e facilita il flusso.
Già prevedo l’obiezione: “E tu vorresti dirci che questi scambi amorevoli sono pericolosi per lo stato di Presenza?”
Non gli scambi, ma l’identificazione con essi. Non ciò che facciamo, ma il perderci mentre lo facciamo.




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