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Osservare e correggere

  • Immagine del redattore: Il Ricordo di Sé
    Il Ricordo di Sé
  • 12 dic 2025
  • Tempo di lettura: 4 min

Sintetizzo una domanda che ci è stata posta ieri sera:


“Se si è il testimone silenzioso di se stesso in relazione a tutto quello che lo circonda, ci si accorge delle interferenze tra i centri e si avverte un disagio. Ci sono tecniche specifiche per scoprire le proprie tendenze, che dovremmo correggere, oppure basta l'autosservazione, senza nessuna tecnica che potrebbe alterarla?”


Comincio con l’elencare alcune cose ovvie (ma il risveglio sta proprio qui, nell’aprire gli occhi all’ovvio, che è davanti a noi mentre ci ostiniamo a non vedere).

Per ‘scoprire le proprie tendenze’ occorre che esistano due termini: l’osservatore e l’osservato. Non vediamo come siamo quando questa sdoppiatura non si realizza: siamo identificati con quello che l’io del momento, il centro attivo nel momento, ritiene importante.


Molte di queste tendenze, di questo lavoro sbagliato dei centri, scompaiono semplicemente quando si accende la luce, ovvero quando c’è un osservatore. (Non tutte).


A causa dell’incessante sostituirsi degli ‘io’, quello che ho osservato, vedo e comprendo in questo istante, lo avrò scordato tra un’ora. Ci sono comprensioni che appaiono e scompaiono, come luci su un albero di Natale.


Non c’è sostituto all’essere presenti, dato che se la presenza cade, la comprensione cade, lo scopo cade, la stessa esistenza viene a cessare, si scivola nel non essere.

Il ruolo di osservatore può essere assunto da qualsiasi parte della macchina. Specialmente all’inizio, siamo pieni di osservatori dilettanti e parziali. Come recita la domanda, il vero Testimone è ‘silenzioso’, ovvero non commenta.


Se, come ancora recita la domanda, ‘si avverte un disagio’, questo disagio chi lo avverte? Se è la parte osservata, fa parte del paesaggio, del macchinario. Se è la parte che sta facendo da testimone, allora non è ‘silenziosa’, ma sta commentando. Questo significa che la parte che sta assumendo il ruolo di osservatore in quel momento non è il Sé. (Dalla parola ‘disagio’, suona forse come una parte del centro emozionale, una che mi giudica buono o cattivo in relazione ai miei comportamenti).


Dovremmo correggere le nostre tendenze?


Solo se abbiamo uno scopo e, in quel caso, solo quelle che vanno contro al nostro scopo.

Se voglio svegliarmi, la parte in me nota nella terminologia della quarta via col nome di Maggiordomo (che si sviluppa però in una scuola, la domanda integrale si riferiva al caso di chi non può - per il mio modo di comprendere: non vuole - frequentare una scuola), fa questo lavoro di costante ispezione degli ‘io’ e di inibizione di quelli che vanno contro al possibile risveglio. Ad esempio, posso sentire il fuoco della rabbia che sta per salire in me, e cerco con tutte le mie forze di non esprimerlo.


Le mie ‘tendenze’, ovvero la mia macchina, provengono da due origini: da imitazione di altre persone (questa è la personalità); e dalla mia forma specifica innata (essenza).

La mia essenza è costituita dal mio centro di gravità, ovvero da quale parte di quale centro assume il comando in me (diciamo la parte motoria del centro emozionale, o quella intellettuale del centro istintivo, e via dicendo); e dal mio tipo di corpo: Marziale, Venusiano, e via dicendo. Aggiungiamo, a mo’ di spezia, giusto un pochino di carattere nazionale e regionale, e abbiamo un ritratto completo di questa famosa essenza.


(Di nuovo: posso studiare questi elementi in teoria, ma per vederli, occorre che sia presente.

Le tendenze in personalità, essendo state apprese, possono anche essere disimparate e sostituite. Delle tendenze in essenza, posso urlare e strepitare, non mi libererò mai. (Posso osservarle e ‘neutralizzarle’, ovvero fare in modo che non ostacolino il mio scopo, esattamente come porterei in piscina il mio figlioletto molto vivace, per far sì che la sua energia in eccesso sia impiegata in furiose nuotate, col minimo danno possibile per la collezione di porcellane che tengo in casa).


Non mi piace tanto l’idea di utilizzare delle ‘tecniche’, il termine mi appare sempre come fuorviante. Quali sono le ‘tecniche’ per smettere di essere identificato, così che possa intervenire qualcuno che faccia da osservatore e quindi veda, creando la possibilità di correggere quello che deve essere corretto?


Tutto quello che ho imparato in svariati decenni di lavoro di scuola non è che una sola ‘tecnica’, un raffinamento cominciato col tentare esercizi suggeriti, ricavarne osservazioni, modificare gli esercizi in base a quelle osservazioni, pazientare fiduciosi, esporsi anche nel dubbio.


E come faccio a raffinare la qualità di questa parte che osserva, arrivando a sostituire gli osservatori dilettanti con l’unico vero Osservatore, quello eterno, silenzioso, che non giudica, non commenta, ma semplicemente è?


È tutta la mia vita che ci provo, con alterni successi.


Devo dire, i miglioramenti maggiori non li devo a me stesso - la mia parte si limita forse ad essere disponibile al cambiamento, ad aver creato un maggiordomo, a cercare di ricordare i miei scopi e la posta in gioco - ma il vero lavoro lo svolge, per così dire, la luce. Rimanendo esposti alla luce (quella di un maestro, di una scuola, di forze superiori, del Sé - possiamo utilizzare diversi termini, ciascuno dei quali illuminerà una porzione della questione ma non la sua interezza - si riceverà aiuto.

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