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  • sergiosessini

Perché diventiamo negativi




So da decenni che l’espressione delle emozioni negative è il nemico numero uno della presenza. Quando dico “so”, intendo che ho letto dell’argomento, ne ho discusso, ho provato metodi, fatto osservazioni, ricevuto consigli sulla base di quelle osservazioni, tentato nuovi esercizi, lottato per non esprimerle in modo piuttosto continuativo nel tempo. Tuttavia, quotidianamente ricasco nella trappola e improvvisamente mi vedo negativo. Talvolta in modo sottile e poco appariscente, facendo il muso, rimanendo in un silenzio ostile, in un freddo giudizio di condanna; altre volte con esplosioni.

Come mai è così difficile rispettare un proposito come questo?

Nel mio caso, mi è chiaro, non si tratta di un limite nella mia conoscenza - so abbastanza sull’argomento per poterci lavorare - ma di essere.

Gurdjieff spiegò che l’essere è ciò che uno è, è capace di fare, di realizzare, ed è piuttosto indipendente dalla conoscenza. Per usare un esempio un po’ assurdo, al posto dell’espressione delle emozioni negative, fingiamo invece che siano decenni che io mi dedico allo studio della perfetta omelette. Leggo libri, vado a visitare cuochi professionisti, analizzo sui libri di biologia la struttura di un uovo, prendo appunti. Ma, ahimè, troppo raramente, o mai, prendo in mano uovo e padella e provo a farne una. Il mio livello di essere in relazione al fare la perfetta omelette sarà comunque scarso, pur essendo un ‘esperto’ dell’argomento nella sua componente teorica.

Non esprimere un’emozione negativa è molto difficile. Bisogna aver compreso molte cose prima di poterci riuscire.

- Che l’espressione delle emozioni negative è realmente dannosa per lo stato, e ‘brucia’ gli idrogeni necessari a svilupparsi.

- Che nasce da un modo di pensare sbagliato, distorto.

- Che, come Ouspensky spiegò splendidamente, può avvenire soltanto grazie a un mio permesso. Sono io che adotto qualche scusa per attribuire al mondo esterno la responsabilità del mio stato. Per ripetere una vecchia battuta, “Non sono io che sono razzista, sono loro che sono meridionali.”

E, dopo aver compreso queste cose, bisogna essere capaci di ricordarsene al momento della crisi che potrebbe portare alla negatività. Quell’attimo prima che la crisi esploda, il momento in cui potrebbe ancora essere fermata.

In quel momento cruciale, quel piccolo momento che precede la crisi, occorre essere abbastanza svegli. Una volta iniziata, l’emozione negativa non potrà essere fermata, se non con difficoltà enormi.

Per quanto mi riguarda, osservo che la maggioranza delle forme di negatività è dovuta ad abitudini che ho appreso da molto piccolo, e sono pertanto alla radice della mia personalità: se non sono in uno stato di osservazione molto attenta non me ne accorgo, poiché mi sono familiari come l’aria che respiro e altrettanto invisibili.

Molte sono dovute al mio centro istintivo che si irrita perché il comportamento delle altre persone mi ‘costringe’ a un lavoro extra (extra riguardo ai piani del centro istintivo, che è sempre piuttosto avaro nell’elargire energia). Me la prendo ad esempio con la signora che fa le pulizie, che dopo aver pulito mette gli oggetti in una posizione disordinata e brutta a vedersi. Per un’ora o due nemmeno mi accorgo delle impressioni poco armoniche, poi mi ‘sveglio’ e protestando ‘Come fa a non vedere questo, e questo?’ rimetto a posto. ‘Guarda cosa mi tocca fare’. Me la prendo con gli automobilisti indiani, che guidano come pazzi. Con il cliente che ha delle pretese per me irragionevoli. Con il negoziante che dopo avermi dato la camicia che ho chiesto, cerca di vendermi altri venti articoli nel negozio. Me la prendo quando qualcosa che ho detto viene male interpretato. Con il coltello che taglia poco, con il chiodo che si storce mentre lo pianto, con il clima, con lo stato del mio corpo quando è stanco o malato. Me la prendo perché una persona pensa quello che pensa, se non corrisponde a ciò che penso anch’io. Me la prendo con me stesso. Me la prendo con la polvere che si ostina a cadere dove solo ieri ho spolverato, con i piatti che si ostinano a sporcarsi a ogni pasto e tocca ricominciare a lavarli, con le nuvole quando è nuvolo e con il sole che picchia forte quando il cielo è senza nuvole. Me la prendo di più con coloro che amo di più (e uno studente della mia scuola fece notare che questa è un’estensione del non volere bene a se stessi).

Me la prendo perché per non prendersela occorre essere. Sopportare. Comprendere. Abbracciare. Ingoiare il rospo. Essere empatici con chi è diverso. Osservare una dinamica invece di respingerla irritandosi. Non respingere il momento, ma utilizzare l’onda della negatività che sta per arrivare, lo tsunami emozionale, come energia per essere qui più intensamente.

Un solo momento in cui si riesce a non sbottare mentre lo si desidererebbe tanto, fa guadagnare più di dieci libri letti, riletti, sottolineati e studiati.

Le occasioni per essere - o non essere - negativi sono innumerevoli nel corso di una giornata. Chi non è abituato ad osservarsi tenderà a sottostimare il loro numero, a concentrarsi soltanto su due o tre aspetti. “Sono sempre gentile con gli estranei che incontro, dò una moneta al mendicante, sorrido al postino…” e non mi accorgo di urlare di continuo coi miei figli, di interrompere mia moglie ogni volta che inizia a parlare. O, al contrario, mi concentro solo sulle volte in cui esplodo in negatività, senza vedere quelle in cui sono empatico, quieto, comprensivo, riesco a sopportare.

Tuttavia, la non espressione delle emozioni negative è, in qualche modo, un assoluto. Non andrebbero espresse mai (Una sola volta è sufficiente a distruggere il lavoro di molti mesi). Persino di questo riusciamo a essere negativi: “Ecco, adesso con la mia negatività ho rovinato tutto.” Ma, come dice il proverbio la soluzione sta nel “Cadere nove volte, rialzarsi dieci.”

Una cosa che nel tempo osservo nei miei amici studenti è l’aumentare della loro capacità di non diventare negativi. Situazioni che in passato li facevano esplodere, ora passano in silenzio (e chi non li ha conosciuti in passato, non sa, non si accorge dell’attrito che la persona sta provando, in quanto non dice nulla e l’espressione è tranquilla, anzi ecco che sorride). Occorre essere.

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