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  • Immagine del redattoreIl Ricordo di Sé

Presenza e assenza


Cito a memoria una poesia di Rumi in cui mi capitò di imbattermi una ventina di anni fa - non l’ho più scordata.


Dopo aver speso con me l’intera notte

Chiedi come mi sento quando tu non ci sei.

Male, rispondo. Frenetico, come un pesce che provi a respirare

La secca sabbia.

Tu piangi e dici: ma l’hai scelto tu, questo.


Naturalmente non è di due amanti in carne e ossa che qui si parla, ma di due parti al nostro interno. Sono sempre quelle, i soliti due personaggi che affollano gran parte dei miti e tutta la poesia persiana: quello che la quarta via chiama il maggiordomo e i Centri Superiori.

L’uomo dimentica.


Dopo aver speso ‘l’intera notte’ in uno stato di presenza, si addormenta di nuovo ed è come se non avesse mai saputo che questo stato è possibile. Ci vuole un attimo per passare da un’esperienza straordinaria a una banalità sonnolenta; dal considerare uno stato di primaria importanza al dimenticare completamente di perseguirlo, o persino che questo stato sia possibile, che esista.


In chi pratica un serio lavoro di scuola da molto tempo, il maggiordomo diventa l’amante che ricerca l’amata - lo stato di Presenza dai Centri Superiori - a tutte le ore del giorno e della notte: ma persino chi ha formato in sé un maggiordomo - cosa già di per sé molto rara, che richiede condizioni che si verificano raramente, prima tra tutte l’appartenere a una scuola - dimentica.


Se non perseguiamo la presenza (nella nostra vita, cioè, all’atto pratico, in questo istante), stiamo incoraggiando il sonno. È probabile che ci sentiamo insoddisfatti, ‘come un pesce che provi a respirare la secca sabbia’ ma, nonostante questo, la possibilità di essere presenti non appaia all’orizzonte. Anzi, più soffriamo per il nostro povero stato più crediamo in esso e vi affondiamo come in sabbie mobili fino ad annegare in problemi che alla fine sono immaginari, generati dal nostro modo di guardare alle cose.


Mi viene in mente un’immagine di me stesso soltanto ieri, alla guida, frenetico appunto: stanco, nervoso, agitato, negativo per una banale serie di ritardi, contrattempi, e guidatori scorretti. Eppure non è da ieri che provo tutti i trucchi possibili per eliminare del tutto questa condizione di frenesia folle dalla mia vita.


Lo scivolare nel sonno è un fenomeno affascinante e terribile. Accade in un istante, del tutto inavvertito, simile alle persone ipnotizzate che si lasciano cadere a un tocco dell’ipnotizzatore, in modo così immediato da apparire impossibile.


Qualche giorno fa, facendo colazione in un albergo, ho notato l’assurdità dell'immagine che accompagna questo post: un cannocchiale puntato sulla nebbia. In assenza di uno stato di Presenza, tutta la nostra conoscenza è come quel cannocchiale.

Chiunque abbia come scopo di contrastare il sonno ha un nemico molto pervasivo.


Mi ci sono voluti molti anni per capire che, comunque, anche il risveglio possiede la stessa immediatezza, si può raggiungere uno stato di piena consapevolezza in un batter di ciglia.


Bisogna capire bene come. Abbandonando una serie di abitudini che permeano la nostra vita e che ci appaiono proprio come i nostri tratti distintivi, i migliori, ciò che ci rende importanti e unici: il nostro modo di pensare, le opinioni radicate, i punti dove ci sentiamo superiori agli altri, le doti che riteniamo di avere, le mille abitudini invisibili che comandano come ci vestiremo oggi, come muoviamo le mani mentre parliamo, dove si poggerà il nostro sguardo secondo per secondo, cosa ci compiacerà e cosa ci irriterà.

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