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  • Immagine del redattoreIl Ricordo di Sé

Profondità, superficialità, semplicità

Con uno spirito, lo ammetto, un po’ cattivello, abbiamo mantenuto nel tempo la frase “quali aspettative hai?” in una delle tre domande a cui si deve rispondere per essere ammessi a questo gruppo. Giusto per il piacere di leggere continuamente “nessuna aspettativa” nelle risposte.

Le risposte che cominciano con “nessuna aspettativa” sono infatti estremamente frequenti. Presumo che questa risposta ricorrente derivi dalla convinzione, molto diffusa in certi contesti, che senza aspettative si possa essere più sereni, equilibrati e più connessi al presente. In altre parole, dall’aspettativa che senza aspettative si viva meglio.

Ma senza aspettative non si vive. Aspettarsi qualcosa significa semplicemente considerare un evento più probabile di altri. Scrivo questo testo nell’aspettativa che qualcuno lo legga. Camminando, il mio piede si aspetta che l’altezza del terreno al mio prossimo passo corrisponderà all’informazione che proviene dai miei occhi. In salotto mi aspetto che voltandomi dove c'è sempre stata una finestra, vedrò la finestra, che l'albicocca che sto per addentare sappia di albicocca, che se il mio dito schiaccia sulla tastiera il tasto A, sullo schermo comparirà la lettera A - e se così non fosse, non ne farò un dramma, ma aggiusterò la mia percezione e avrò imparato qualcosa di nuovo.

Non è possibile iscriversi a un gruppo Facebook (o muovere un passo, o dire o ascoltare una parola, o girare lo sguardo) senza aspettarsi qualcosa. Nel caso specifico, la domanda sulle aspettative ci serve per comprendere cosa una persona ricerca, ci aiuta a esprimerci meglio e con più chiarezza, a dare risposte là dove ci sono domande - ci aiuta ad aspettarci le cose giuste.

Ben altra cosa sono certe aspettative in campo emozionale. Ricordo uno studente che tornò da un viaggio di alcuni mesi che aveva fatto in un paese lontano. Era andato per aiutare gli studenti di quella nazione, che erano piuttosto nuovi e avevano in effetti bisogno di supporto.

“Com’è andata?” Gli chiesi al ritorno. Ma la sua espressione era insoddisfatta.

“Non troppo bene.”

“E come mai?”

“Non mi sono stati riconoscenti.”

Questa è certamente un’aspettativa con cui si vive male, e che rivela una certa ignoranza di alcune leggi oggettive. Confido che oggi quello studente, dopo aver battuto la testa un paio di volte, comprenda che aiutare qualcuno non porta necessariamente alla gratitudine, né quella può essere una motivazione per fare uno sforzo. Per casi come questo conosciamo un termine più esatto di aspettativa: identificazione. Il grado di identificazione stabilisce la velocità con cui siamo in grado di abbandonare un’aspettativa - un secondo, un giorno, o un anno. Ma i nostri centri funzionano attraverso previsioni e verifiche, si aspettano continuamente qualcosa.

Se invece di "aspettativa" usassimo un sinonimo, avremmo probabilmente risposte più complete. Occorre guardarsi dalla superficialità - dalla iper-semplificazione dell'apparato formatorio, come lo chiamò Gurdjieff - quando si considerano le leggi che ci governano. Mi meraviglia sempre, ad esempio, l’interpretazione superficiale dell’idea di Karma, che vuole che se qualcuno mi fa qualcosa che io considero sgradevole, diciamo, dice una bugia su di me, sarà ‘punito.’ O che se in questo momento mi sta capitando qualcosa che non mi piace, questo significa che sto espiando una colpa passata. O che, se vado ad aiutare amici in difficoltà, verrò ringraziato. In questo modo piego una legge oggettiva alla mia esistenza soggettiva. Che ciò che mi capita in questo momento sia una punizione o un premio, questa sì è una ‘aspettativa’: un modo di pensare per cui gli avvenimenti dell’universo si inchinano alle mie opinioni. L’osservazione delle leggi può invece aiutare ad uscire da questa visione soggettiva, a comprendere che io (la mia macchina) non sono il centro dell’universo, e che quello che mi appare positivo o negativo, fortunato o sfortunato, deriva da certi ‘io’ che sono originati da parti ben precise, che hanno interessi precisi e limiti di comprensione precisi. Sono questi limiti che casomai devo imparare a riconoscere, e poi a trascendere. Lo studio delle leggi mi aiuta proprio a uscire da questa prigione di opinioni soggettive.

Zeus ha posto questo come legge possente: si impara solo soffrendo.

Eschilo

La sofferenza, lo sperimentare personalmente e praticamente un’idea (e la conseguente correzione di aspettative che ne deriva) è ciò che fa guadagnare ‘profondità’. Profonda non è una complessa elaborazione intellettuale (l’elaborazione intellettuale scollegata da uno stato di presenza è immaginazione), ma un’idea praticata e vissuta. E un’idea vissuta profondamente porta a una inevitabile semplicità nell’esprimerla.

Se non possiamo esprimere una cosa nei termini più semplici possibili, non l'abbiamo veramente compresa.

Rodney Collin

Tornando a me che leggo nella domanda di ammissione al gruppo: “Nessuna aspettativa.” Ci saranno parti della mia macchina soggette a ‘io di giudizio’: “Aha! Eccone un altro!” Questi io di giudizio rappresentano una mia forma di meccanicità e rivelano che in quel momento sono nel sonno.

Posso addestrarmi a vedere questo tipo di io. Posso imparare a non esprimerlo, nemmeno interiormente, a rinunciare a questo pensiero. Posso comprendere da dove viene: da vanità intellettuale. Se sono presente, invece, riuscirò ad usare il centro intellettuale come strumento e a selezionare quei pensieri che sono più compatibili con la presenza. Ricorderò che non so nulla della persona. Che non posso giudicare da una frase l’intenzione o la profondità della sua comprensione. Che sulla sua comprensione non posso fare nulla, ma solo sulla mia. Che sono qui per aiutare, quindi qualora veramente alla persona mancasse comprensione, ecco dove potrei essere utile. Che il mio piccolo senso di trionfo nel leggere “nessuna aspettativa” assomiglia a quello di un vigile che scopra un automobilista con la patente scaduta: la possibilità di esprimere vanità attraverso un commento interiore che, sminuendo l’altro, magnifica me stesso, contribuisce alla sensazione di essere più bravo, più furbo. E se, durante interazioni successive, davvero scoprissi che la persona pecca di superficialità, sapere con tutto il mio essere che ‘io’ non sono meglio e, se posso, dare una mano: provare a essere una terza forza positiva per aiutare quella persona a liberarsi di uno dei tanti problemi che ci affliggono tutti.

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