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  • sergiosessini

Quattro sparuti germogli




Non ho il pollice verde. Sono quello che si dice un killer di piante. Ho provato tante volte nella mia vita, non sopravvivono. Anche ora, come ogni volta che cambio casa, ci ho riprovato. Alcune piante nell’appartamento sembra stiano bene, altre si sono irrimediabilmente seccate.

La questione, che può giustamente essere definita irrilevante, è tuttavia un aspetto della mia vita. Una debolezza, in un certo senso. Posso provare a osservare ciò che accade.

A volte, per via del mio stile di vita girovago, le trascuro. In questo caso, un elemento che ha contribuito a farle morire è un viaggio di tre settimane, durante le quali qualcuno è passato in casa ad annaffiarle, ma grazie al clima torrido di questo periodo, dove ogni giorno si sono raggiunti o superati i 40 gradi, non è bastato. Anche quando mi impegno, cerco di capire di quanta acqua, di quanta luce hanno bisogno, sbaglio e muoiono comunque. Per ogni errore che imparo a correggere, se ne crea un altro. Qualcosa in me non è abbastanza sensibile, sbaglio a valutare.

Al mio ritorno, ho trovato questa pianta completamente secca. Ieri, però, in mezzo al ciuffo di sterpaglie bruciate, ho scorto queste quattro foglioline vedi. L’ho ripulita e fotografata.

La pianta non è morta. Eccomi di nuovo a provare a farla rivivere e prosperare.

Parlo di queste banalità perché è necessario che il lavoro interiore si svolga nella vita, e non in un’immaginaria dimensione separata da essa - sarebbe immaginazione, appunto. Il mondo - ovvero la porzione di realtà avvertibile dai centri inferiori: istintivo, motorio, emozionale, intellettuale - fornisce un feedback sulle nostre intenzioni e azioni. La pianta, morendo, mi dà delle informazioni utili all’osservazione della mia macchina.

Intanto c’è la caratteristica di non-esistenza nel mio centro istintivo, che confonde i segnali. Poi quella di vagabondo, che trascura e fatica ad essere disciplinata quando è necessaria attenzione continuata per lungo tempo (se non conosci questi termini, li troverai ricercandoli nel campo di ricerca del gruppo). Infine, c’è il mio Play, la struttura prestabilita della mia esistenza, che mi spinge continuamente a un nomadismo, un viaggio continuo, nuovi progetti pieni di imprevisti che non permettono una relazione stanziale con i luoghi, con gli oggetti. La mia essenza richiama inesorabilmente e ripetutamente questo tipo di situazioni. Ho osservato diverse volte che le piante, in quanto esseri che non si muovono (dovrei dire: che si muovono su una scala temporale più lenta di quella animale, in cui viaggia il mio corpo), non catturano la mia attenzione; l’interazione è troppo lenta per la mia macchina sempre alla ricerca di soluzioni immediate.

Come ogni dettaglio osservato bene, anche questa infelice piantina mi descrive in modo completo.

Anche se sarebbe legittimo dichiarare ufficialmente che le piante non sono il mio forte, e quindi abbandonare ogni impresa botanica, trovo per me più giusto tentare ancora, e ancora, all’infinito.

Innanzitutto perché non si tratta di riuscire o meno, di essere bravi o meno, ma di entrare in relazione con la realtà: è questo, essere presenti. Sono stato messo di fronte a questa pianta e sento che devo provare a farla prosperare. Lo devo alla mia anima, al tentativo di sviluppare e mantenere lo Stato di Presenza durante questa attività. Per uno studente, lo Stato è importante, mentre gli esiti degli sforzi hanno un valore estremamente relativo - potrei spingermi e dichiarare che non hanno nessun valore, ma questo rischierebbe di venire frainteso, e portare a pensieri come: “Se non ha valore, allora perché farlo? Perché pulire qualcosa che si sporcherà di nuovo, curare una pianta che morirà, fare il letto se poi ogni notte verrà disfatto, vivere se poi dovrò morire?”

Mi lascio coinvolgere in questa insignificante commedia di insuccessi botanici perché questa è la mia vita - lo strumento che mi è stato affidato (da chi? A cosa in me esattamente)? Per svilupparmi.

Secondo il mio modo di intendere le cose, dietro a ogni incapacità o fallimento c’è un aspetto della realtà che non riesco a vedere, e che quindi, a un certo punto, sono invitato ad affrontare come condizione per evolvere ulteriormente. Ogni giorno sento di calpestare, per così dire, i residui di errori passati, che sono chiamato a riparare. Se voglio evolvere, questi nodi vanno affrontati e sciolti, uno ad uno. Il presente deve liberare il passato. È per questo che questa pianta è tornata ad affacciarsi nella mia esistenza. Mi torna in mente Meher Baba, in una delle sue più semplici e taglienti affermazioni: “La sofferenza evitata ti perseguiterà.”

I nodi vanno sciolti, o ci si ferma, si diventa statue di sale. Prima della fine della vita si ripresentano tutti, come i fantasmi che apparvero a Scrooge la notte di Natale, a chiedere pegno. Il fatto che le foglioline siano proprio quattro, poi, per ragioni che qui sarebbe lungo spiegare, mi ricorda come ogni episodio debba poi scaturire in uno Stato di Presenza, in un accesso alla dimensione dei Centri Superiori, dell’anima, altrimenti è inutile.

(Rispetto alla foto che vedete, scattata ieri sera, ora le foglie sono già più aperte, la spirale si svolge secondo leggi universali che mi riempiono di stupore. Magari questa volta sopravvive).

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