Sensibili allo stato
- Il Ricordo di Sé
- 12 feb
- Tempo di lettura: 3 min

Una delle cose che accadono a chi ha sviluppato un Maggiordomo e insieme ad esso, una frequentazione continuativa con esperienze dei Centri Superiori, è la sensibilità allo stato.
Quando questo è basso, a causa ad esempio di un’identificazione, una sorta di sensore in noi avverte che non ci siamo, che qualcosa non va. Quando ci sono diverse sorgenti di impressioni attorno a noi, questo sensore individua quella più alta, che più ci può aiutare a sostenere lo stato di Presenza. Quando una persona agisce o parla, il sensore riconosce se parla da uno dei molti io, se c’è identificazione, immaginazione, se l’una o l’altra delle caratteristiche è in azione.
Abituatevi ad avvertire le continue fluttuazioni del vostro stato. A causa della legge d’ottava, lo stato cambia continuamente, di secondo in secondo: più o meno presente a ciò che mi circonda, più o meno rinchiuso nella cella dei miei propri pensieri, più identificato con questa o quella persona, problema, idea, circostanza, ansia.
Questa sensibilità allo stato deve diventare continua. Non relegata agli eventi principali, a due o tre momenti nella giornata. Il viaggio per alzarsi dalla sedia e andare a prepararsi il caffè è, da questo punto di vista, avventuroso e pericoloso quanto dieci anni passati nella giungla tra animali selvaggi.
Non accontentatevi di sentirvi sereni, felici, appagati. Non è quello il punto. Imparate a non accontentarvi finché qualcosa di fermo dentro di voi sente che ‘Io Sono.’ Proseguite nelle vostre attività da questo stato.
Dal mio personale punto di vista, la presenza o la mancanza di questo sensore è una delle più evidenti differenze tra uno studente e uno che non lo è. Una sorta di termostato che tenderà a riportare il senso di io sono sempre, e di trovare equilibrio e riposo in esso.
Se sono presente e mi trovo davanti una persona che non lo è, la mia possibilità di aiutarlo risiede nella mia capacità di rimanere presente, amorevole, distaccato, senza giudizio, acredine, senso di superiorità. Non esiste problema che non richieda la presenza come base di partenza della soluzione.
La persona davanti a me (diciamo: ci siamo appena incontrati, stiamo prendendo un caffè al tavolino di un bar), potrebbe avere qualche secondo in cui avverto una certa fissità nello sguardo, un ‘occhio da pesce’, indicatore che è persa in qualcuno dei suoi io: chissà, un ricordo, una preoccupazione, paure per un momento difficile che sta attraversando.
La soluzione è essere quanto mai certo che Io Sono. Posso gentilmente guidarlo fuori dalla sua prigione, ad esempio con un gentile invito ad aprirsi all’ambiente circostante: “Hai visto che aria incredibilmente limpida c’è oggi? Il contorno delle montagne è nettissimo.”
Essere curiosi e attenti all’ambiente, tornare a questa curiosità e attenzione sempre, rimanere in quell’attenzione quando ci sono forze centrifughe che vogliono strapparci da essa, riconoscerle come ostacoli e non come forze innocenti o, ancora peggio, come ‘i miei pregi’, è molto più cruciale di quanto possa apparire.
Nel Vangelo Gnostico di Tommaso Cristo avverte: “Sappiate cosa vi sta davanti agli occhi, e quello che vi è nascosto vi sarà rivelato.”
La frase che il nostro maestro ci manda quotidianamente oggi riporta che “Ciò che è importante ora è ciò che è eternamente importante.” Posso agganciarmi a questa eternità, e allora la mia vita assumerà un carattere completamente diverso, gli accidenti quotidiani diventeranno una forma di contatto con il divino. Nessun evento può competere con la sacralità dello Stato.
La Presenza dei Centri Superiori; oppure il tentativo di riguadagnarla. Questo è tutto ciò che conta: continuamente, eternamente.




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