top of page

Sentirsi bene

  • Immagine del redattore: Il Ricordo di Sé
    Il Ricordo di Sé
  • 24 set 2025
  • Tempo di lettura: 3 min

Che relazione c’è tra l’essere presenti e sentirsi bene? Nessuna.


Forse ho esagerato. Proprio nessuna nessuna, no. Ci sono un paio di distinguo da fare. Ma questa prima frase serve a spezzare una comune illusione: che la presenza sia uno stato di benessere sul livello della ‘macchina’. Ricordo la domanda che uno studente fece ad Ouspensky: Lavorare su di me diminuirà il mal di stomaco di cui soffro? E la risposta fu: Non mi è dato saperlo: forse lo diminuirà, forse lo aumenterà.


Un aspetto della risposta di Ouspensky può essere espresso così: il guarire dal mal di stomaco non è una corretta motivazione per lavorare su di sé.

Ci sono altri aspetti, che proverò a toccare.


Potrei integrare la questione dicendo che, nel corso della vita di una persona che sta tentando un lavoro serio, ‘succedono cose’. Quello che noi indichiamo come ‘macchina’, l’insieme di corpo, pensieri, sensazioni e sentimenti, viene in qualche modo manipolato. Avvengono cambiamenti.


A ogni dato momento, questi cambiamenti possono certamente essere per il peggio; magari temporaneamente.


Ricordo poco dopo aver raggiunto la scuola in cui sono, la netta sensazione di essere peggiorato. Ma come, io dal temperamento soave, io che non litigavo con nessuno, ora mi trovo a essere così rancoroso e negativo?


Intanto, prima di osservarmi, non vedevo molti momenti in cui ero negativo. Ero negativo, ma non registravo di esserlo, quindi non faceva parte del mio ‘ritratto immaginario’. Esattamente come una persona a dieta tende a non contare i sostanziosi bocconi che ingoia mentre sta cucinando, ‘registra’ invece soltanto quello che alla fine mette nel piatto - e finisce col stupirsi che, pur mangiando così poco, non dimagrisca.


In secondo luogo, una persona che lavora su di sé comincia a toccare certe leve - e allora, inevitabilmente, certi equilibri (equilibri meccanici e in qualche modo patologici) si spezzano. Prima di ricostruire un equilibrio consapevole, si brancola e, in via temporanea, si è decisamente più squilibrati.


Per fare un esempio: se la considerazione interna e il desiderio di essere amato e benvoluto mi fa comportare in un certo modo; sempre estremamente generoso, gradevole, ospitale, empatico - e comincio a vedere la considerazione interna per quello che è, una schiavitù, attraverserò un periodo più o meno lungo in cui improvvisamente tutta la mia empatia scompare e le persone intorno a me si domanderanno come mai mi sia incattivito così all’improvviso.


Il fatto è che nessuno di questi aspetti: gentile, non gentile, empatico, non empatico - riguardano direttamente lo stato di presenza.

Dovrò arrivare ad essere empatico per le ragioni giuste, è vero. Per gli altri, non per essere benvoluto. Ma anche nel faticoso processo di giungere a questo traguardo posso essere presente.


Inoltre posso ‘lavorare a questo mio problema’ in due modi diversi: posso avere un approccio psicologico, indagare sulle cause della mia considerazione interna, osservare, dedurre, prendere contromisure; oppure posso aumentare il livello generale della mia presenza, ora per ora, minuto per minuto, e a quel punto, queste manifestazioni meccaniche non avranno più ragione di essere, in quanto sono creature notturne: esseri che possono esistere soltanto nel sonno, nel buio del secondo stato.


Sto scrivendo questo post perché stamattina, al risveglio, ho immediatamente avvertito l’energia spiacevole della fase lunare incombente. La ‘macchina’ non era felice, non era sveglia, non era energetica, non era positiva. Mentre facevo i miei preparativi mattutini, ho ‘visto’ chiaramente una mia vecchia amica, l’Ansia, affacciarsi e generare io di preoccupazione verso una serie di cose.


Accanto a questo, però, c’era anche uno stato di presenza. Questo stato ha riconosciuto la Signora Ansia per quello che è: un’abitudine, un atteggiamento. E ha deciso che non ne ho bisogno. Come chi ha paura va attivamente alla ricerca di oggetti, animali, persone e circostanze di cui avere paura, così l’ansia si racconta gli eventi in modo da generare preoccupazione. Paura e ansia sono come due animaletti che hanno bisogno di vivere, di manifestarsi. Se non c’è cibo, se non c’è qualcosa di cui preoccuparsi, lo inventano. Non c’è quindi alcuna situazione che possa liberarmi dall’ansia - nessuna circostanza esterna. C’è però la possibilità di fare luce sui suoi meccanismi, disattivandola.


Mentre scrivo questo, è più contenta la mia macchina? Per niente. Non è una di quelle mattine in cui ‘mi sento bene.’ Ma è una mattina in cui la presenza rimane con me a lungo.


Questo stato si prende cura di molti difetti e disagi. Impedisce molte azioni inconsulte. Migliora la mia giornata. Mi aiuta a prendere decisioni sagge che mi metteranno in situazioni migliori. Forse impedisce anche che io abbia mal di stomaco.


Tutto questo, però, non ha importanza. È la presenza, non i sintomi che allevia, non le situazioni che migliora, la cosa che conta. Come dice spesso il mio maestro: “Il presente non è sempre bello, ma è sempre bello essere presente.”

Commenti


bottom of page