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  • Immagine del redattoreIl Ricordo di Sé

sepàrati

(di Giacomo Bardazzi)

Ciò che osserva ci salva, ad ogni livello, dai centri superiori al 'semplice' io osservatore.

Provare a mettere la nostra identità in qualcosa che ci tiene separati da ciò che accade, fuori e dentro di noi, sentirlo sempre di piu come 'casa' - provare a vedere il proprio corpo, la propria voce, le mani che si muovono, il cuore che batte, gli occhi che guardano - tutto come esterno a noi. Anche nel momento in cui ci rendiamo conto che siamo identificati, provando o esprimendo un'emozione negativa o una gioia, anch'esse vederle come qualcosa semplicemente da registrare.

Poiché la coscienza non è le funzioni.

Osservarci dire qualcosa di sciocco, oppure di intelligente, e senza giudizio avere la sensazione di '..O che strana questa cosa che ha detto...', e se c'è giudizio, osservare anche quello come una cosa esterna. E spogliarsi anche dell'io che giudica o commenta il giudizio. Procedendo attraverso livelli di separazione simili agli strati di una cipolla.

Ricordo quando da poco nella scuola un altro giovane studente si lamentava di un'identificazione con uno studente anziano, e questo con tutto l'amore possibile replicò: 'Sepàrati'. Allora mi sembrò un consiglio un po' vago, teorico, come dire, 'sii presente'. Con il tempo e l'esperienza ho realizzato quanto efficace possa essere un consiglio del genere, che non può che diventare pratico nel momento in cui si intuisce ciò che siamo, realizzando ciò che non siamo.

Mi piace una cosa che Ouspensky nell'ultimo periodo della sua vita disse a un suo studente: "Ricorda, se qualcosa di terribile accadesse, c'è qualcosa in te a cui ritornare sempre, e che non ti abbandonerà mai".

E un pensiero del mio maestro: "Tutto è irrilevante per il terzo occhio eccetto la presenza"'

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