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Simulare la presenza

  • Immagine del redattore: Il Ricordo di Sé
    Il Ricordo di Sé
  • 12 apr
  • Tempo di lettura: 1 min

Possiamo dire che ci sono due modi, uno buono e uno cattivo, di simulare la presenza.


Quello cattivo è usare elementi esterni che crediamo associati a un livello di essere elevato per alimentare la nostra vanità. Espressioni, posture, toni di voce, giri di pensiero che rafforzino l’idea che “io” sono sveglio; o, perlomeno, più sveglio di te.


Questo tipo di vanità è insidioso e rischia di colpire, quando meno se lo aspettano, anche le persone dall’intento più nobile. Occorre ricordare che la presenza viene e va di momento in momento; che è uno stato, non uno status; che non mi appartiene, così come potrebbe appartenermi un gioiello; ma che io entro in essa, così come si attraversa un territorio. Che quando sono presente non mi trasformo in un dominatore, ma in un servitore.


E quello buono? Occorre ricordare i propri momenti più alti, e cercare di imitare la parte migliore (più vicina alla presenza) di noi.


Oppure emulare un maestro - non suoi scritti, ma esperienza concreta. Cercare di avvicinare la ‘macchina’ (corpo, pensieri e sentimenti) alle funzioni governate da un essere conscio (poiché se c’è consapevolezza le funzioni sono governate, non dominano). Anche sapendo che è un’imitazione.


Andare alla ricerca degli attributi che caratterizzano il comportamento conscio.


Umiltà. Invisibilità. Amore. Attenzione. Servizio. Silenzio. Gioia.

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