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  • sergiosessini

Sognare di volare




Fin da piccolo, nei miei sogni posso volare. Svolazzare, dovrei dire: posso muovermi nell’aria a qualche metro d’altezza, sbirciare dalle finestre, posarmi su un albero.

Questa dote era comune a tutti i miei sogni: sapevo di poter volare, così come nel secondo stato so di poter camminare.

Finché un giorno di tanti anni fa, mentre volavo in sogno, ho sentito una voce severa e potente che mi diceva: “Questo è un sogno. Tu non puoi volare. Rinuncia.”

Provai una grande tristezza e, nel sogno, cominciai a piangere. Sapevo di essere a una svolta importante. Dovevo decidere se rendermi conto che non posso volare (e non avrei più volato), oppure credere di poter volare (e avrei continuato a volare).

Scelsi di rendermi conto di non poter volare. Mi svegliai in uno stato emozionale molto forte, come se l’episodio fosse accaduto su un piano reale, e ancora ne ricordo l’emozione e i dettagli.

Scrivo di questo perché, recentemente, ho visto un commento nel nostro gruppo che ci accusava di non promuovere il vero lavoro, ma soltanto futili esercizietti all’acqua di rose, nient’altro che perdite di tempo.

I veri esercizi, implicava il commento, sono quelli che ti portano al limite, sforzi estremi.

Uno degli amministratori ha giustamente risposto che esiste immaginazione riguardo a cosa sia uno sforzo estremo.

In questo gruppo parliamo continuamente della ‘macchina’, ovvero dell’insieme dei nostri centri inferiori: istintivo, motorio, emozionale e intellettuale. Ognuna di queste funzioni può essere migliorata, educata, portata a collaborare con il tentativo di essere presenti, costretta a sforzi estremi, costretta a piccoli sforzi, lasciata stare, eccetera.

Posso lavorare in due modi:

- Lavorare sulla macchina per migliorare la macchina

- Oppure, lavorare sulla macchina per uscire dalla macchina.

Si tratta di due sforzi molto diversi. Nel primo, posso ad esempio portare il mio corpo al limite. Compiere gesti di attenzione estrema e complicata. Spingere la macchina fino al limite della sua resistenza fisica. Apprendere tecniche complesse e perfezionarle, come ad esempio praticando un’arte marziale.

Il risultato sarà un potenziamento della macchina. Avrò forse più attenzione, più energia. E, probabilmente, sarò vittima dell’inganno più comune di cui tante persone che ‘cercano’ sono vittime: tenderò a scambiare questi progressi meccanici per progressi spirituali.

La macchina agisce nel secondo stato, definito da Ouspensky “Sonno di veglia.” Si muove nel sonno, rimane nel sonno. Può arrivare a fare cose straordinarie nel secondo stato - esattamente come io potevo volare a piacimento nel primo. Tuttavia, rimangono poteri confinati in una dimensione irreale, di sogno.

Il vero lavoro è quello che mi permette di separarmi dalla macchina.

Ricordo un altro sogno, nel quale avevo un appuntamento importante con qualcuno a cui dovevo mostrare qualcosa, che tenevo in una valigia. Arrivato al luogo dell’appuntamento mi accorgo con terrore di avere dimenticato la valigia. Sono disperato, non so che fare. In quel momento mi sveglio e mi accorgo che non c’è appuntamento, non c’è persona importante, non c’è bisogno di valigia, non c'è bisogno di disperarsi.

I problemi del primo stato non esistono nel secondo. I problemi del secondo stato non esistono nel terzo. La consapevolezza si trova nel terzo stato.

Il lavoro sulla macchina è, principalmente, una rimozione di ostacoli - come se in una strada si fosse verificata una frana e ci fossero dei massi che la ostruiscono - vanno rimossi. Ma, una volta rimossi, occorre spostarsi in un altro luogo, in un’altra dimensione. Altrimenti si scambieranno dei progressi meccanici per delle conquiste spirituali, e si rimarrà abbagliati come un ingenuo davanti a una collana di perline di plastica spacciate per diamanti.

Tornando al bisogno di superare limiti estremi per lavorare veramente, ricordo pochi momenti della mia vita in cui mi sia stato richiesto uno sforzo maggiore di quando mi sono costretto ad ammettere, in sogno: “È vero. Io non volo.”

Dopo questa ammissione, certe cose che prima accadevano, non sono state più possibili. Prima di volare davvero, occorre smettere di sognare di volare.

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