Sopraffatti dai respingenti
- Il Ricordo di Sé
- 12 dic 2025
- Tempo di lettura: 3 min

Ieri mi è venuto in mente in modo piuttosto vivido che uno degli ostacoli maggiori al risveglio è dato dal meccanismo dei respingenti.
Lo abbiamo spiegato tante volte: poiché siamo divisi in tanti io, e questi io si trovano in conflitto, quando siamo in un io è necessario che la nostra consapevolezza non si renda conto di quegli altri che sono in conflitto, e quindi li cancella, li ‘respinge’.
L’esempio classico, anche questo lo abbiamo riportato diverse volte, è quello del comando post-ipnotico: “Quando ti risveglierai dimenticherai tutto e proverai un irresistibile desiderio di slacciarti le scarpe…” La persona viene risvegliata, immediatamente si slaccia le scarpe e, quando le viene chiesto: “Come mai te le slacci?” dato che il comando impone di dimenticare tutto, la persona lo cancella e si trova costretta a inventare una scusa qualsiasi: “Erano troppo strette,,,” e nemmeno si accorge che si tratta di una scusa inventata - ci crede lei stessa.
Che condizione umiliante, non sapere perché si fa, si dice, si pensa qualcosa! Non vedere qualcosa di reale e sostituirlo con delle bugie a casaccio.
I respingenti non sono confinati allo stato di ipnosi (che si limita semplicemente a separare alcune parti in noi, cosa che avviene in molte altre occasioni; ad esempio, nel sonno), e non costituiscono nemmeno degli eventi eccezionali. Sono la norma, per tutti noi, e ne siamo sopraffatti.
Ogni volta che qualche evento esterno (o qualche ricordo) ci affligge in modo che percepiamo come troppo doloroso, la prima cosa che cerchiamo di fare è di respingerlo.
Per quanto mi riguarda, ho osservato che questo respingente, questa manovra di distrazione, spesso assume la forma di un io che si impone repentinamente e prepotentemente, che cambia completamente argomento: iniziare a fischiettare una canzonetta, improvvisare una rima assurda (come mai non c’è nessuno? Son le otto e quarantuno), o addirittura pensare o anche pronunciare ad alta voce una parola, fuori contesto, senza senso: “Mortadella.”
Ho già citato parecchie volte altre forme elementari di respingenti: grattarsi, sbadigliare, sospirare, ridere, iniziare una conversazione. Ho persino il ricordo di una persona che, di punto in bianco, si è addormentata mentre parlavamo (quel giorno stesso era morto un nostro amico e ne stavamo parlando).
Svenire durante un intenso dolore fisico, che sarebbe insopportabile, è un respingente ‘sano’, (L’unico che mi venga in mente che non sia patologico), messo in atto da quella parte del centro istintivo che chiamiamo il Re di Fiori. Che è poi la stessa che ha fatto addormentare di colpo il mio amico.
Non ho mai avuto (fortunatamente) l’occasione di osservare quelle persone, soprattutto adolescenti, che si autoinfliggono dolore, ad esempio tagliuzzandosi con una lametta. Tuttavia, mi azzardo a dire che anche quello è un respingente - una sorta di male minore che mette in ombra una sofferenza maggiore.
Ho respinto. Ho cambiato discorso. Ho aperto una pagina nuova, che sostituisce quella precedente nella mia percezione. Ho distolto la mia attenzione da un problema doloroso e che sento come insolubile, non ho il coraggio di affrontare.
Siamo costantemente ingannati, sì. Ma non da una malvagia e occulta élite. L’ingannatore è molto più vicino.
La tecnologia moderna offre respingenti comodissimi da utilizzare, coi Social Media. È anche per questo che, di tanto in tanto, purificarsi da una frequentazione con lo schermo del telefono può essere utile.
Ancora più utile abituarsi, se se ne ha la forza, a inserire un osservatore nel momento in cui si prende in mano il telefono (o, in modo ancor più radicale, nel momento in cui siamo trafitti da un io doloroso).
Tutto può essere utilizzato come respingente. Non è l'attività in sé, ma la sua funzione nel nostro paesaggio psichico.
Esistono anche respingenti molto complessi, ma proprio per questo si prestano poco ad essere discussi qui. Ciascuno, scavando, vedrà sempre di più.
La stessa osservazione che abbiamo appena respinto qualcosa è in sé dolorosa, umiliante. Eppure ci pone già in una condizione infinitamente più veritiera rispetto a chi si inganna attivamente, non ne ha idea, e crede alle bugie che egli stesso inventa e mantiene. Questa condizione, benché appartenga a tutti, non è degna di un essere umano.
A ben vedere, ogni io, a prescindere dal suo livello di esattezza, è una bugia, in quanto al più descrive una realtà estremamente parziale e soggettiva. In ogni caso, la libertà comincia dal sapere perché ci si è slacciata una scarpa, come mai una persona ci piace e un’altra la odiamo, perché quella musica e non un’altra, come mai non ci metteremmo mai quel vestito, quelle scarpe, perché qualcosa ci fa ridere, come ci comportiamo quando qualcosa ci ferisce, quali sono per noi gli stimoli più dolorosi, dove in questi comportamenti ci differenziamo dagli altri, cosa non siamo assolutamente disposti ad ammettere di noi stessi, come ci giustifichiamo quando siamo in torto.
Quello che la quarta via chiama il ritratto immaginario di se stessi dev’essere distrutto, non c’è alternativa.








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