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  • Immagine del redattoreIl Ricordo di Sé

Sul significato degli esercizi

Ormai, dopo tanti anni di post quasi quotidiani, lo sappiamo: al suggerire un determinato esercizio corrisponderanno obiezioni prevedibili fin nei dettagli.

Un esempio classico è quello del non gesticolare, riproposto recentemente in un post di Giacomo Bardazzi , che regolarmente suscita una certa quantità di avversione: sia perché non gesticolando si apparirebbe smorti, senza vita; sia perché “la comunicazione non verbale rappresenta la maggior parte di ciò che esprimiamo”, sia perché gesticolando - ci sono corsi che lo insegnano - si renderebbe di più un concetto, si coinvolgerebbe, si persuaderebbe maggiormente.

Una delle convinzioni da cui scaturiscono queste ed altre obiezioni a questo e ad altri esercizi, è che un esercizio serva a migliorare la nostra performance o il nostro benessere. Ma se ci si pensa più attentamente, non può essere così. Procedendo in modo un po’ paradossale, tuttavia reale, sarebbe come dire a un anacoreta che vive nel deserto che una bella fiorentina è più saporita di lucertole e locuste; che un bel materasso memory foam è meglio di un letto di nuda pietra; e che una graziosa ragazza è una compagnia più piacevole di un libretto di meditazioni ascetiche. Eppure, sembrerebbe ovvio, l’asceta sta combattendo contro il desiderio della compagnia di una ragazza: e nel momento in cui accettasse questa compagnia, non sarebbe più un asceta. In breve, ci sono moltissime apprezzabili ragioni per preferire una dolce compagnia: ma nessuna di queste ci permette di praticare simultaneamente l’ascetismo.

(Se si trova nella condizione in cui può essergli suggerito di rinunciare, ma ha obiezioni, allora è nella peggiore delle situazioni possibili: non è contento di non essere asceta, e non accetta le condizioni per esserlo).

Questa convinzione - che un esercizio serva a migliorarmi - deriva da una abitudine meccanica alla marea di ‘Influenza B’ che ci sommerge suggerendoci metodi per essere meno ansiosi, più felici, più sereni, di allontanare le cosiddette ‘persone tossiche’, per ottenere in generale qualcosa che si desidera (che la macchina desidera).

Tra i molteplici e reali scopi di un esercizio c’è invece quello di forzare una situazione in modo che ci consenta di vedere qualcosa che altrimenti non scopriremmo mai.

Questo può avvenire anche in circostanze casuali: io sono gentile e sorridente, ma cosa succede se non dormo per tre notti di fila, oppure se ho un mal di testa lancinante per una settimana, o se lo stesso giorno la ragazza mi lascia e perdo il lavoro? O anche, in positivo, se vinco una forte somma, se vengo adulato, o promosso immeritatamente? Queste circostanze diverse rivelano di me aspetti diversi e, se sono in grado di vedere, bastano pochi episodi per definirmi molto meglio che anni di osservazione in situazioni abituali e ripetitive.

Il nostro maestro è bene attento a dare esercizi minimi, che non siano troppo estremi. Questo per molteplici motivi. Uno di questi è che siamo più disposti a digiunare per una settimana che a metterci la cintura di sicurezza prima di accendere il motore. Certe parti della nostra macchina si nutrono del senso di identità che un esercizio più estremo potrebbe darci. “Ho digiunato per una settimana.” “Sono stato in completo silenzio per tre giorni.” Perché in quel caso possiamo fregiarci di un risultato acquisito, qualcosa che ‘non è da tutti’. Mentre “Oggi non ho gesticolato tanto mentre parlavo” non suona altrettanto bene.

Ma quella parte che valuta il non mangiare per una settimana sta fraintendendo il senso dell’esercizio, poiché lo considera un mezzo per migliorare la macchina. Mentre il fare esercizi correttamente ci mostrerà a un certo punto qualcosa di completamente diverso, e cioè che io non sono la macchina. Scopo di un esercizio è quindi la separazione tra il senso di ‘io’ e la macchina, ovvero tra il Sé e tutti i miei pensieri, sensazioni e sentimenti. Lo farà portandoci a dei cortocircuiti, che, se ascolteremo il nostro ‘buon senso’, saranno proprio le cose che ci faranno evitare di fare l’esercizio - saranno i miei pensieri, sensazioni e sentimenti a decidere. “Ma figurati se mi metto la cintura di sicurezza per spostare la macchina all’interno del mio cortile, che senso ha.” “Questo è straniero, io dico che se gesticolo mi capisce meglio.”

Questo è, se ci pensiamo, il metodo per assicurarsi di non cambiare mai. Poiché questo apparente buon senso difende ciò che siamo, come siamo ora; mentre il lavoro di scuola parte dal desiderio di cambiamento; e, lavorando sul serio, produce cambiamento reale.

Quanto si è disposti a pagare per cambiare? Il pagamento è un’altra chiave. Se non è una forma di pagamento, non è esercizio. Pagamento significa sottrarre qualcosa per aggiungere qualcos’altro. Anche quando l’esercizio è apparentemente piacevole. Anche “Ammira i fiori”, o: “Sorridi” può costare moltissima fatica. E produrre grandi risultati.

Chi è abituato alla letteratura di quarta via, ai resoconti della vita con Gurdjieff, conosce storie di digiuni, di marce forzate, di sofferenza fisica, psicologica, emotiva eroicamente tollerata, di obbedienza estrema al maestro. Per applicare noi stessi la stessa energia, è semplice capirlo, dobbiamo avere la stessa valutazione. Ancora di più, direi, nel caso in cui l’esercizio si presenti come una innocente piccolezza.

Prendiamo la descrizione di Gurdjieff di uno dei suoi più famosi esercizi, l’esercizio dello stop.

"Uno studio di sé non meccanico non è possibile che con l'aiuto dello 'stop', sotto la direzione di un uomo che lo comprenda.

"Cerchiamo di seguire ciò che avviene. Un uomo sta per sedersi, o sta per camminare, o lavorare. Di colpo, egli sente il segnale e immediatamente il movimento iniziato viene interrotto da questo 'stop'. Il suo corpo si immobilizza, si blocca in pieno passaggio da una posa all'altra, in una posizione sulla quale egli non si arresta mai nella vita ordinaria. Sentendosi in questo stato, in questa posa insolita, l'uomo senza volerlo guarda sé stesso sotto angoli nuovi, si osserva in un modo nuovo, è in grado di pensare, di sentire in modo nuovo, di conoscere se stesso in modo nuovo. Così, il cerchio del vecchio automatismo è infranto. Il corpo si sforza invano di riprendere una posizione confortevole cui è abituato; la volontà dell'uomo, messa in gioco dalla volontà del maestro, vi si oppone. La lotta prosegue, sino a morirne. Ma in questo caso, la volontà può vincere. Se si tiene conto di tutto ciò che è stato detto precedentemente, questo esercizio è un esercizio di ricordo di sé. Per non mancare il segnale, l'allievo deve ricordarsi di se stesso; deve ricordarsi di se stesso per non prendere fin dai primi istanti la posizione più confortevole; deve ricordarsi di sé con lo scopo di sorvegliare l'attenzione dei muscoli nelle differenti parti del corpo, la direzione del suo sguardo, l'espressione del suo viso, e così via; deve ricordarsi di sé per superare il dolore talvolta violento che risulta dalla posizione insolita delle sue gambe, delle sue braccia, del suo dorso, oppure per non aver paura di cadere, o di lasciar cadere qualcosa di pesante sui suoi piedi. E' sufficiente dimenticarsi di se stesso per un istante, perché il corpo prenda da solo e quasi impercettibilmente una posizione comoda, spostando il suo peso da un piede all'altro, rilassando certi muscoli e così via. Si tratta di un esercizio simultaneo per la volontà, per l'attenzione, per il pensiero, per il sentimento e per il centro motore.

"Bisogna comprendere che per mobilitare una forza di volontà sufficiente a mantenere un uomo in una posa insolita, un ordine o un comando dal di fuori: stop, è indispensabile. L'uomo non può darsi da solo l'ordine dello stop. La sua volontà se ne sottrarrebbe. La ragione di questo è, come ho già detto, che la combinazione delle pose abituali: intellettuali, emozionali e motrici, è più forte della volontà dell'uomo. L'ordine di 'stop', applicato alle attitudini motrici e proveniente dall'esterno, prende il posto delle pose di pensiero e di sentimento. Queste pose e i loro effetti sono per così dire aboliti dall'ordine di stop. E in questo caso, le attitudini motrici obbediscono alla volontà".

Credo alcuni ricorderanno il racconto di quello studente che stava immerso fino al collo nel fiume, e quando fu dato lo stop cominciò ad affondare sempre più, fino a non poter respirare, senza tuttavia muoversi; e dell’angoscia di Ouspensky che non sapeva se Gurdjieff si fosse accorto o meno di questo pericolo, e di come lo stop fu fermato giusto in tempo.

Se riflettiamo, ogni esercizio è un esercizio dello stop. La descrizione citata è applicabile a qualsiasi richiesta. Ma qui viene un altro punto: a qualsiasi richiesta fatta da un maestro a un allievo, in una scuola.

Qui su Facebook, siamo su un altro terreno, infinitamente più superficiale: un deserto in cui l’unica possibilità effettiva è che qualcuno si avveda - si avveda dei limiti della propria condizione e intraveda una possibilità di uscita, che si trova certamente fuori da Facebook. È proprio per queste ragioni che periodicamente ci domandiamo se abbia senso continuare a comunicare qui - le persone che sembrano ascoltare le nostre parole sono statisticamente irrilevanti, numeri piccolissimi. Eppure, per loro siamo qui, per loro abbiamo scritto anche oggi.

“Ma chi me lo fa fare?” È una buona domanda. Senza ironia, posta sinceramente. Se la risposta è: “Nessuno”, meglio lasciar perdere subito queste idee, non perdere tempo inutile.

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